Camillo di Christian RoccaSorpresa, i settimanali di qualità vanno forte

Roma. Ci sono anche un paio di eccezioni positive, nel panorama funereo dell’editoria internazionale. L’informazione di qualità dell’Economist e quella fortemente “opinionated” e battagliera di Fox News hanno raggiunto risultati record, malgrado la recessione e tutto il resto.

Roma. Ci sono anche un paio di eccezioni positive, nel panorama funereo dell’editoria internazionale. L’informazione di qualità dell’Economist e quella fortemente “opinionated” e battagliera di Fox News hanno raggiunto risultati record, malgrado la recessione e tutto il resto. Il settimanale inglese è al 56esimo semestre consecutivo di crescita, vale a dire 28 anni, e nell’ultimo anno ha aumentato i lettori del 6 per cento. Oggi sono un milione e 418 mila a settimana, il doppio rispetto a dieci anni fa. Un risultato clamoroso, specie se paragonato a cosa capita ai concorrenti di qua e di là dell’Oceano.
L’altra eccezione è Fox News. La tv via cavo di proprietà del gruppo di Rupert Murdoch è pronta a raggiungere il suo record storico di ascolti e ormai vanta un’audience maggiore di quella dei due concorrenti, Cnn e Msnbc, messi assieme. Chi pensava che l’era Obama avrebbe chiuso l’epoca d’oro della tv più seguita ai tempi delle due Amministrazioni Bush s’è dovuto ricredere. Fox non è mai andata così bene e i dati di crescita diffusi dalle società specializzate sono addirittura precedenti la battaglia sulla riforma sanitaria voluta dal Partito democratico e osteggiata da metà del paese. L’opposizione franca, aperta e spesso virulenta all’obamismo sta pagando e i talk show condotti dai volti iper conservatori di Bill O’Reilly, Glenn Beck e Sean Hannity non solo hanno aumentato la potenza di fuoco conservatrice rispetto agli anni di Bush – quando Beck non c’era e Hannity era affiancato da un conduttore di sinistra – ma hanno lasciato soltanto le briciole agli show dei colleghi di sinistra della Msnbc e di quelli di centrosinistra di Cnn.
Ma è il successo dell’Economist, nel ben più derelitto mercato dei periodici, a destare particolare curiosità, anche perché ha aperto la strada alla più radicale delle rivoluzioni editoriali viste negli ultimi anni, quella di cui è diventato protagonista il nuovo Newsweek, uno dei due storici newsmagazine americani. Il suo quarantenne direttore Jon Meacham, storico e saggista di successo, si è liberato del modello tradizionale (e obsoleto) di settimanale omnibus per puntare su una rivista di opinioni che scava in profondità nel mercato delle idee e che ha  subito cominciato a influenzare il dibattito politico di Washington.
Il risultato dell’Economist, la riforma intellettuale di Newsweek e la buona tenuta del New Yorker sono il segnale che, al momento, il settimanale di qualità sembra l’unica soluzione possibile per evitare altre ondate di fallimenti, in controtendenza rispetto all’idea precedente che provava a tappare le falle create dalla concorrenza di tv, Internet, radio e telefonini nuotando a mare aperto assieme a loro e fornendo ai lettori articoli sempre più brevi, informazioni sempre più concentrate, opinioni sempre più stringate. Alla fine l’operazione è sembrata simile al tentativo di svuotare il mare col cucchiaino, più che a una lungimirante strategia editoriale.
L’industria giornalistica resta in grave crisi, i lettori calano, la concorrenza dei nuovi media aumenta e gli investimenti pubblicitari sono crollati verticalmente. Il risultato è un’infinita serie di licenziamenti, di fallimenti e di chiusure di storiche testate e istituzioni giornalistiche. E’ notizia di lunedì la richiesta di fallimento del Reader’s Digest, il gruppo editoriale delle riviste più diffuse nelle sale d’attesa dei medici e sui comodini degli americani, un colosso che poteva contare su 130 milioni di lettori in 78 paesi del mondo.
I grandi gruppi editoriali stanno provando di tutto per evitare la bancarotta. Rupert Murdoch ha deciso di far pagare i contenuti web del suo impero mediatico. La Associated Press sta preparando un complesso piano di protezione e vendita delle notizie che diffonde via cavo. Alla gloriosa Condé Nast, casa editrice di Vanity Fair, New Yorker, GQ e altre riviste patinate, si vive un’atmosfera cupa e senza le mille luci d’ordinanza, al punto che ha destato sgomento vedere per la prima volta a memoria d’uomo il direttore glamorous di Vanity Fair, Graydon Carter, pranzare nella mensa della casa editrice (pur sempre disegnata da Frank Gehry). Il New York Times, invece, dopo aver venduto il suo nuovo grattacielo e preso a prestito vagonate di milioni dal finanziere messicano Carlos Slim Helú, ha creato un “wine club” che offre mensilmente agli associati forniture selezionate di vini pregiati.
    Christian Rocca

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