Il cammello, l'ago e il mercatoParaponzellini va all’attacco

 Nell'italico panorama di tartufi e acquechete, che lanciano il sasso e nascondono la mano, il pirotecnico Massimo Ponzellini è un'eccezione; per avvicinarsi al potere di turno non usa, come gli a...

Nell’italico panorama di tartufi e acquechete, che lanciano il sasso e nascondono la mano, il pirotecnico Massimo Ponzellini è un’eccezione; per avvicinarsi al potere di turno non usa, come gli altri, metodi felpati. Al contrario, le sue manovre di abbordaggio sono caratterizzate da uno stile di guida appariscente, quasi spericolato. Ogni tanto però gli scappa il piede dalla frizione. Fra le sue singolari esternazioni c’è uno sbilenco attacco a Giorgio Napolitano, reo di aver incontrato a Washington tale Barack Obama proprio mentre- udite udite- Confindustria teneva la sua relazione annuale; con traballante sillogismo arrivò a dire- per via dei finanziamenti delle istituzioni internazionali ai paesi che ci fanno concorrenza- che Napolitano era come un marito che, la sera dell’anniversario di matrimonio, dicesse alla moglie che lui se ne va fuori a cena con l’amante. Davanti a qualche sua uscita forte, anche Romano Prodi- di cui si dice che grondi bonomia da tutti gli artigli- liquidò chi parlava di una vicinanza con Ponzellini affermando che, sì, abitava vicino a casa sua a Bologna, e quindi non di rapporti di vicinanza si poteva parlare, ma solo di vicinato.

Sabato 30 aprile, Ponzellini, dopo il nulla di fatto sul fronte delle nomine- non siederà su nessuna delle molte auguste poltrone cui pareva predestinato- ha esternato a tutto campo all’assemblea della Popolare di Milano, uno dei due miseri strapuntini- l’altro è la presidenza di Impregilo- che per ora gli addolciscono la fatica di vivere.

Ce n’è stato per tutti. Ha cominciato sparando a un bersaglio facile facile: i soliti giornalisti che scrivono sciocchezze, stavolta sulle promozioni di favore, o sull’acquisto da parte di una controllata di macchine di lusso. Poi è salito di tono, lanciandosi in una difesa a tutto campo del modello delle popolari, nella foga della quale ha tirato una bordata contro le fondazioni bancarie, incurante delle tesi di chi vorrebbe coinvolgerle nel capitale delle popolari: “Avete visto come si nominano i consiglieri delle fondazioni? Uno è il rettore, l’altro è il presidente della provincia, due dal Comune, tre dalla Regione. E quelli da dove vengono? Dalla politica, o no? Hanno la maggioranza delle banche, sono loro che determinano le cose e fanno tutto quel che di male viene fatto nelle banche”. Per poi finire, imbaldanzito dalle sue stesse parole, ad attaccare il Sacro Graal davanti al quale ogni bancario si genuflette: ha messo in riga nientepopodimeno che la Banca d’Italia, cui ha insegnato il mestiere. Dato che “le autorità non si possono permettere l’ombra di un rischio”, ha detto, esse impongono alle banche sane, come la Popolare di Milano, aumenti di capitale che sono un’autentica mazzata.

Ponzellini è personaggio tanto inusuale ed irruente che fa simpatia; uomo di mondo, conoscerà certo la saggezza popolare racchiusa, se non nel nostro rustico detto: “Il bue dà del cornuto all’asino”, almeno nell’equivalente inglese The pot calling the kettle black; più o meno, “La pentola dice al bricco che è nero”. A sentirlo parlar male della Banca d’Italia, poi, chissà come ci sono rimasti male il suo mentore Tremonti- che tanto ama Draghi- e quel Bossi che, nella capitale leghista ferragostana di Ponte di Legno, disse del presidente della Popolare di Milano: “Lo abbiamo nominato noi”.

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