Blow-UpC’è un cadavere dentro la fotografia?

Forse i miei venticinque lettori, lo dico ahimè senza l'ironia di Manzoni, si saranno chiesti come mai Blow Up non abbia parlato della foto più chiacchierata del momento. Beh, magari quel gruppetto...

Forse i miei venticinque lettori, lo dico ahimè senza l’ironia di Manzoni, si saranno chiesti come mai Blow Up non abbia parlato della foto più chiacchierata del momento. Beh, magari quel gruppetto di timidi sostenitori la risposta la conosceva già. Comunque, cerchiamo di capire. Qualche giorno fa David Potts, giunto sull’isola di Maui (Hawaii) insieme alla famiglia per trascorrere le vacanze estive, si è recato a Nakalele Points per ammirare lo spettacolo dei blowholes, i condotti sottomarini da cui fuoriescono getti d’acqua simili a geyser, alti fino a decine di metri. Purtroppo non poteva sapere che quell’escursione gli sarebbe stata fatale. Davanti agli occhi inorriditi di altri visitatori Potts è stato, in un batter d’occhio, inghiottito e risucchiato da uno di questi sfiatatoi naturali e non è più riemerso. Ha assistito alla scena anche Rocco Piganelli il quale, in modo del tutto involontario, è riuscito a fissare con la macchina fotografica l’istante esatto prima della caduta. Il turista italiano, in procinto di ritrarre le su bambine in posa su uno scoglio, ha ignorato che sullo sfondo dell’inquadratura si stesse consumando un’inevitabile tragedia. Nel racconto fatto ai giornalisti dell’Associated Press ha poi dichiarato che Potts è riuscito a tornare a galla per un attimo, ma subito dopo è scomparso fra i vapori, per sempre. Le ricerche della polizia non hanno dato nessun esito, il corpo non è stato ancora ritrovato.
Questi, in sintesi, i fatti. Le immagini, come sapete, hanno fatto il giro del mondo e quando mi sono passate davanti non ho potuto fare a meno di pensare alla genesi di questo blog. In un attimo mi sono tornate in mente le foto più celebri del film di Michelangelo Antonioni. Quella sequenza memorabile in cui Thomas (David Hemmings), fotoreporter a caccia di emozioni e nuovi incontri da raccontare nel suo libro, si ritrova in mezzo a un parco pubblico ed inizia a scattare in preda a una forma di pulsione inarrestabile. All’improvviso sorprende una coppia di amanti clandestini in calde effusioni sentimentali. Non perde tempo e li fotografa più e più volte. La donna (Vanessa Redgrave) non appena se ne accorge, inizia a inseguirlo dappertutto con l’intenzione di strappargli la pellicola, ma Thomas, con molti sforzi e molti sotterfugi, alla fine riesce a farla franca. Più tardi, nel suo laboratorio privato sviluppa le immagini del parco facendo molti ingrandimenti di particolari sospetti(in gergo tecnico dei “blow up”, appunto). I formati via via più grandi gli consentono di individuare dapprima una misteriosa presenza maschile nascosta fra gli alberi con in mano una pistola e poi, nonostante la stampa molto sgranata, di riconoscere qualcosa molto simile a un cadavere. Così, nel cuore della notte, ritorna nel parco dove era accaduto tutto e lì rinviene il corpo di un uomo. Il mattino seguente ritorna un’altra volta sul luogo del presunto delitto, ma il morto è inspiegabilmente sparito.
Nel finale del film, come ricorderete, arriva una compagnia di giovani attori ambulanti che mimano una partita di tennis immaginaria. A un certo punto la pallina esce dal campo andando a finire in mezzo al prato. Thomas, che sta assistendo all’incontro, la segue, la raccoglie e infine la rilancia ai giocatori.
Da questa versione sintetica della trama ho omesso molti personaggi, situazioni e un’ampia gamma di oggetti e dettagli singolari, che, però, avrebbero finito solo per confermare una tesi già chiara: quando l’estensione dello sguardo diventa molto profonda, addirittura interminabile, l’ossessione del possesso diventa illimitata, compulsiva. Nella fattispecie la fotografia, perfezionamento tecnico della visione, la riproduce in una sorta d’illusione maniacale: ossia pensare di riuscire a catturare un poco alla volta la realtà oggettiva per accedere alla verità finale. Facciamo un passo, ci sembra di tagliare un traguardo, ma, un attimo dopo, tutto è già cambiato. E allora dov’è la verità? Beh, di sicuro, l’analisi meticolosa dell’immagine, di ciò che vediamo, non ci aiuta a trovarla. Difatti più s’ingrandisce il dettaglio, più si scava nel particolare, nella convinzione che il senso si annidi dentro l’immagine, più la definizione si abbassa e la possibilità di comprendere svanisce. Quanto più si tenta di indagare la realtà mutevole, d’inseguire il tempo che scorre, tanto più il mondo resta un mistero indecifrabile. Il “cadavere” fotografato da Thomas è la metafora di questa condizione d’impasse: nell’ingrandimento appare, ma al contempo, dice lo stesso Antonioni, “si scompone e sparisce”.
La distinzione tra reale e immaginario, dunque, precipita. E proprio quando Thomas, alla fine del film, accetta completamente la finzione, rilanciando la pallina nel campo di gioco, si rende conto che quella è l’unica esperienza “veramente” possibile”. Così, con lo sguardo rivolto verso gli attori, comincia a percepire, a sentire il rumore dei colpi delle racchette. L’ultima inquadratura è un campo lunghissimo preso dall’alto. L’uomo al centro del prato di colpo scompare proprio come quel cadavere che aveva tentato invano (e tenterà ancora) di ritrovare.

Ecco mi accingo a concludere questo strano, insolito “post” con una riflessione che spero possa servire da bussola per i nostri futuri percorsi. La fotografia è una possessione. Siamo posseduti dal bisogno vertiginoso di apprendere, capire, svelare, riconoscere, dominare il mistero della realtà. Ma sebbene ci sembri ogni volta di arrivare a un passo dalla conoscenza, fra le mani non abbiamo altro che un’invisibile “pallina da tennis”, giusto il fantasma delle risposta che vorremmo e che continuano a svanire davanti ai nostri occhi. Ebbene, possiamo analizzare attentamente ogni singolo scatto della sciagura capitata nell’isola di Maui e ostinarci a rinvenire il “cadavere”, la chiave per la soluzioni dell’enigma. Ma anche quando le acque dell’oceano avranno restituito le spoglie fisiche del morto, l’immagine continuerà a negarle, a cancellarle, a suscitare in noi il desiderio di fare domande, di trovare soluzioni e alimentare la ricerca. Questa è la virtù segreta della fotografia che a noi piace interpretare.

L’immagine fornisce sempre un alibi perfetto alla nostra immaginazione. Ma in fin dei conti senza di essa che senso avrebbe la nostra vita?

Alcune immagini sono tratte da Michelangelo Antonioni, Blow Up, 1966

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