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Alan Rusbridger, direttore del Guardian, sostiene che il web debba avere la priorità. La tesi, già sentita, è figlia di una crisi editoriale importante. Solo nel 2010 il Guardian ha registrato un d...

Alan Rusbridger, direttore del Guardian, sostiene che il web debba avere la priorità. La tesi, già sentita, è figlia di una crisi editoriale importante. Solo nel 2010 il Guardian ha registrato un debito di 36 milioni di euro.
Le considerazioni di Rusbridger hanno accesso un dibattito in Italia dove la carta vive un presente altalenante. Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, sostiene che i quotidiani per sopravvivere dovranno reinventarsi in formati settimanali. Marco Pratellesi, su MediaBlog, ha precisato che la crisi dell’editoria non è globale ma specifica di alcune zone del mondo.
In Italia il web, e il network off e on-line ad esso collegato, non è adulto abbastanza per sostituire la carta. I problemi sono molteplici. Il primo riguarda i tempi di pubblicazione dei contenuti. Il web richiede una disponibilità h24. In Italia la stragrande maggioranza dei siti non pubblica contenuti originali nei giorni festivi. Il sabato e la domenica sono sottovalutati. Chi riesce a catturare lettori nel week end migliora le proprie performance feriale. Questo miglioramento è un’evoluzione matematica. Non è un caso che i siti mondiali più importanti domenica avessero una parte dell’home page dedicata al nuovo piano verde dell’Australia che 48 ore dopo la sua pubblicazione è comparso solo un solo portale italiano.
Internet non ha fatto tesoro degli errori della carta. I quotidiani, morenti, sono autoreferenziali come certe pagine web. Nessun attore on-line ha provato a spiegare alla coppia Grasso-Freccero che il problema della nuova avventura video di Santoro non è il media ma i contenuti che affronterà. Il pubblico televisivo del conduttore di AnnoZero non concide ma si sovrappone con quello web tendenzialmente più informato.
La crossmedialità tanto sbandierata ad oggi è solo una parola bella da pronunciare. I grandi gruppi editoriali in possesso di siti e giornali solo ora, timidamente, iniziano a sviluppare dei progetti tra la rete e la carta. A nulla sono serviti gli interminabili dibattiti sulla sbagliata duplicazione dei contenuti. Mentre scrivo solo un mensile ha creato sul proprio sito una sezione a supporto della cover di luglio.
Il web, infine, nel nostro paese non suona come gli Arcade Fire, il gruppo rock che ha usato Google Earth per il video di “We Used To Wait”. Gli ambasciatori italiani dell’innovazione soffrono della sindrome di Celine Dion. Mentre il Titanic affonda qualcuno rimane in prua per raccontare la bellezza del domani. Il dibattito sul futuro pare arenato sulle possibilità della tecnologia. Di Steve Jobs non ne nasce uno ogni giorno eppure ancora ci si continua ad occupare solo del singolo nerd che da solo nasconde le esigenze dei due milioni di neet, così sono definiti i ragazzi che non studiano e non lavorano. Anche della loro necessaria emancipazione per il bene della società tutta dovrebbe occuparsi il web.

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