Una firma di tutto riposoAristofane incontra i Soliti Idioti

Qualche giorno fa Concita De Gregorio ha scritto su Repubblica un pezzo tra l’indignato e lo sferzante sul film “I Soliti Idioti”. Nella fattispecie, la De Gregorio non si capacita del fatto che i ...

Qualche giorno fa Concita De Gregorio ha scritto su Repubblica un pezzo tra l’indignato e lo sferzante sul film “I Soliti Idioti”. Nella fattispecie, la De Gregorio non si capacita del fatto che i giovani trovino così spassosi gli sketch di Mandelli e Biggio, che a lei appaiono invece contraddistinti da una volgarità completamente gratuita.

I tempi comici. Alla De Gregorio sembra sfuggire questo concetto abbastanza cruciale per spiegare che cosa fa ridere e che cosa no. L’assenza di tempi comici, cioè il ritmo sbagliato tra una battuta e l’altra, uccide senza pietà lo sketch più divertente dell’universo. I tempi comici giusti rendono divertente anche la frase più normale e neutra. Ad esempio: Roberto Benigni da David Letterman che riprende a parlare dopo avere bevuto da una tazza. Bisognerebbe chiedere a Gigi Proietti, ma a me sembra che Mandelli e Biggio abbiano dei tempi comici davvero di rango.

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I tormentoni. La ripetizione ossessiva di una frase può fare molto ridere, anzi di più: può diventare un rito catartico. Chissà se Aristotele ne parlava nel perduto libro sulla Commedia: sicuramente già Aristofane utilizzava i tormentoni, e parimenti non disdegnava le espressioni volgari. Si Ruggerum licet componere Lysistratae, “Daii cazzo Gianluca” sarà pure volgare e gratuito ma è un tormentone che ti entra nella testa.

La satira sociale. Si ride delle cose che ti farebbero piangere se prese da un altro angolo. In un impeto interpretativo alla Giuseppe De Rita, la De Gregorio avrebbe potuto sottolineare come il ricco e volgare Ruggero che tormenta il tenero Gianluca (e i suoi minipony) ci rappresenta bene la gerontocrazia italica che schiaccia come un mozzicone di sigaretta (“fiodena”) le speranze alate dei ggiovani.

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