CREATIVINDUSTRIEIl cambiamento culturale di un welfare “attivo”: l’importanza della formazione.

Finalmente da qualche tempo anche in Italia si discute di welfare. E la politica è al lavoro per una sua modernizzazione. Finalmente.  Tema della discussione e spinta per la riforma è però innanzit...

Finalmente da qualche tempo anche in Italia si discute di welfare. E la politica è al lavoro per una sua modernizzazione. Finalmente.

Tema della discussione e spinta per la riforma è però innanzitutto la questione economica. Lo stato sociale “tradizionale”, passivo e assistenziale non ha più copertura finanziaria, e quindi: tagli alle spese, maggiore selettività, inasprimenti dei criteri di eleggibilità. E magari anche poi, un domani, migliore efficienza redistributiva.

La visione economicista, tuttavia, è alquanto riduttiva. Così come riduttivo sarebbe tenere conto esclusivamente della dimensione dell’efficienza.
Perché? Perché le trasformazioni nel mondo del lavoro e del sociale sono molte e complesse. Il mondo del lavoro non è più quello de “La classe operaia va in paradiso” (per molti versi, fortunatamente). Siamo nell’era della knowledge economy, della service economy, della digital economy. Che, potenzialmente, potrebbero produrre a un miglioramento delle condizioni di vita. Però l’Italia non se ne propone come avanguardia competitiva. E mentre non ne beneficiamo appieno delle potenzialità, ne subiamo le nuove forme di esclusione e le molteplici e variegate azioni dirette e indirette: flessibilizzazione, diversificazione, precarizzazione.

Il mito della piena occupazione è spernacchiato dalla crescente pluralizzazione delle condizioni occupazionali, dal diffondersi di percorsi di carriera discontinui, incerti. La disoccupazione, la sotto-occupazione, l’insicurezza spauracchi veri che non riguardano più sempre e solo gli altri.

Le esigenze di autorealizzazione di generazioni più istruite e informate confliggono con sentimenti di vulnerabilità e incertezza. I modelli familiari si molecolarizzano e la popolazione incomincia a percepire le conseguenze del proprio invecchiamento.

Ecco le trasformazioni che sollecitano il cambiamento del welfare. Un cambiamento necessario non solo per il risparmio e l’efficienza ma anche e sopratutto per rispondere ai nuovi rischi sociali e alle nuove esigenze di protezione sempre più trasversali e frammentate. E ai nuovi bisogni di servizi: di accompagnamento sul mercato del lavoro, di conciliazione famiglia-lavoro, e di formazione, anche continua.

E forse non è neanche più attuale parlare di “rischio” (evento aleatorio e circostanziale) ma di “vulnerabilità” ampia e diffusa.

In risposta a queste trasformazioni, in tutta Europa il welfare viene riconcettualizzato in “welfare attivo”. Una riconfigurazione nella direzione dello sviluppo della responsabilità dei cittadini e del loro “empowerment”, ossia della loro capacità di fronteggiare le situazioni, agire con consapevolezza ed efficacia accrescendo le proprie conoscenze e le competenze personali, facendo leva sulle proprie risorse, puntando sul lavoro e sulla formazione.

E’ un cambiamento culturale, di cui l’Italia, tutta, ha un gran bisogno. I cui costi, per questo motivo, non dovrebbe ricadere solo su alcuni. Un cambiamento culturale, che incoraggia la modalità proattiva nel progettare la propria vita pur tra le difficoltà e che mette enfasi sulla responsabilità individuale nell’uscita dalla condizione di bisogno, nella ricerca di un’occupazione.

Un cambiamento culturale che tuttavia andrà a produrre delle nuove disuguaglianze a discapito di coloro che non dispongano delle risorse cognitive, sociali e materiali per usufruire delle opportunità. Per questo motivo, nel nuovo contesto, spiccherà l’importanza della formazione. E da qui il bisogno di un sistema complessivo di formazione professionale di pari dignità con la sfera scolastica e universitaria.

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