Il sapere dei classici«La peggiore dittatura è quella blandissima». Intervista – a cena – al Prof. Bruno Nacci

È stata la prima persona della mia vita a darmi del «Lei». E la novità era assoluta, perché avrei compiuto sedici anni una settimana dopo e tutti gli adulti con i quali avevo interloquito sino ad a...

È stata la prima persona della mia vita a darmi del «Lei».
E la novità era assoluta, perché avrei compiuto sedici anni una settimana dopo e tutti gli adulti con i quali avevo interloquito sino ad allora mi avevano dato normalmente del «Tu».
Quando poi, dopo essersi aggirato lentamente tra i banchi il primo giorno di scuola della mia Prima Liceo Classico al Berchet (un’aula che non dimenticherò mai, Sezione C) con atteggiamento volutamente autoritario, e, accomodatosi dietro la cattedra, esordì con un inquietante «Ragazzi, vi aspetta un anno molto duro», mi sono istintivamente richiamato all’ordine, ho pensato «Marco, con questo qui non si scherza» e, certamente, mai avrei pensato (era il 1997) che con il mio Prof. di storia e filosofia, Bruno Nacci, dopo 15 anni, avrei condiviso un venerdì sera a cena come con un vecchio amico.
Neppure avrei mai pensato che, nello scambio di sms per organizzare la cena, ci saremmo ambedue rivolti all’altro con uno stranissimo
«Tu».
Sicuramente, non avrei mai pensato che, una volta stabilito di incontrarci a Milano all’Osteria dei Binari, uno di noi due sarebbe andato nel locale di Via Tortona (quello giusto convenuto) e l’altro, invece, nel pressoché omonimo locale vicino a Piazza della Repubblica (quello sbagliato e, per chi non conosce Milano, da tutt’altra parte) costringendo il primo ad una inaspettata attesa a causa del simpatico equivoco.
È partita così la mia cena con quello che abbiamo sempre chiamato, i miei compagni di scuola ed io, «il Nacci».

Il Prof. Bruno Nacci

Buonasera Prof., che piacere rivederLa… anzi rivederti.
Questo continuo passare dal Lei e poi al Tu è stata un po’ la costante di tutta la cena, consistita essenzialmente in un secondo piatto che il Prof. mi ha chiesto di scegliere per tutti e due perché «Fai pure tu, mi affido alla tua scelta, io non ho voglia di mettermi a pensare a queste cose».
Beh, certo, è abituato a pensare sicuramente a dell’altro. C’era da aspettarselo da chi, per un anno scolastico intero (gli ultimi due anni di Liceo, infatti, il professore di storia e filosofia è cambiato) mi ha letteralmente aperto la mente tentando di mettermi in testa le profonde intuizioni dei primi filosofi della storia dell’umanità: Talete, Anassimandro, Anassimene, Socrate e Platone e chissà quanti altri me ne sono dimenticati.

Come sai lo scopo del nostro incontro è ottenere per Linkiesta una tua testimonianza diretta, frutto di quarant’anni di insegnamento di storia e filosofia nei Licei milanesi, di cui 10 al Liceo Classico Berchet che peraltro hai frequentato anche tu. Lo consigli, oggi, il Liceo Classico?
«Dipende cosa intendiamo per Liceo Classico. Tu, caro Marco, hai fatto un Liceo già molto in decadenza. Ma il punto è che, anche quando l’ho fatto io, da studente, era già molto diverso (in peggio) dal Liceo Classico in senso proprio così come era stato concepito. I miei professori, loro sì, quando avevano frequentato a loro volta molti anni fa il Liceo Classico, avevano conosciuto una scuola di eccellenza ed unica nel suo genere. Ai miei tempi si traduceva dal Greco al Latino con una certa facilità, quasi come fosse un gioco, non perché si fosse tutti dei geni superdotati, ma semplicemente perché a tutti i livelli scolastici, e al Liceo Classico in particolare, regnava un rigore – marziale e maschile, ora svanito – che sfornava vere intelligenze meritevoli di accedere al mondo universitario e, poi, alle sfide del mondo del lavoro»

E poi cosa è cambiato?

«È successo che la popolazione è cresciuta in maniera esponenziale nell’arco di pochi anni e molti hanno avuto accesso all’istruzione superiore prima negata a larghe fasce di popolazione. E, per forza di cose, le maglie di accesso ai livelli scolastici superiori – che cinquant’anni fa potevano bloccare i non meritevoli già alla terza elementare, cosa che oggi sarebbe impensabile – si sono progressivamente allargate. Così che la scuola, da ambiente un po’ militaresco (ti dico solo che io uscivo dalla mia scuola elementare marciando) è diventata una sorta di seconda casa, un luogo ovattato di cui non avere soggezione, ma da cui ricevere addirittura (trovo incredibile) metaforiche (e non metaforiche) coccole»

Su questo sono in parte d’accordo. Il Berchet mi ha dato uno straordinario bagaglio: mi ha insegnato come si fa a studiare. Ma non mi ha preparato alla vita; non mi meraviglia perché non lo ha fatto neppure l’Università.
Non credi che voi docenti dovreste meglio spiegare agli studenti che, finita la scuola, il mondo del lavoro è davvero duro e condito di sberle continue sui denti, insomma, nulla a che vedere con le coccole di cui sopra?

«Ve lo abbiamo detto un sacco di volte che stavate vivendo gli anni migliori della vostra vita! Ma sono le tipiche cose che, dette a uno studente sedicenne, entrano in un orecchio ed escono dall’altro in un secondo.
Vaglielo a dire tu ad un ragazzo di sedici anni nella sua cameretta a casa con il Rocci [il dizionario greco antico-italiano, n.d.r.] e giustamente terrorizzato perché il giorno dopo ha un compito in classe, che quelli lì sono gli anni più belli della sua vita. Quando sei a scuola devi pensare alla scuola. Quando sarai al lavoro penserai al lavoro e l’esperienza sul campo ti suggerirà nuovi accorgimenti»

Ma la scuola deve essere un ponte verso il mondo del lavoro!
«Ne dubito. Sarebbe molto riduttivo. Una cosa è la scuola. Un cosa è il lavoro. La prima non deve essere asservita al secondo, come alcuni teorizzano, ma a ben di più: deve essere asservita alla vita. Scuola è insegnare un metodo, trasmettere contenuti, relazionarsi con il mondo degli adulti e con i propri coetanei. E, infine, è cogliere inclinazioni di ogni studente per avviare ciascuno a un percorso lavorativo compatibile con le proprie attitudini. A quest’ultimo proposito, l’ideale è il modello tedesco»

Cioè?

«Te lo descrivo in sintesi. Si parte, al principio, sostanzialmente proponendo agli allievi una gamma di canali di studio, per proseguire anno per anno perdendo le materie in cui non si raggiungono risultati adeguati per, infine, approdare all’Università con un ventaglio ristretto di materie (e dunque di competenze) che automaticamente daranno accesso, in maniera sartoriale, all’indirizzo ideale di ciascuno»

Certo, perché poi possono concretizzarsi due scenari: o si rimane impantanati in università senza riuscire ad uscirne oppure se ne esce, ma poi si scopre che magari il lavoro che fai non risponde esattamente alle tue attitudini e lo fai lo stesso solo per denaro.

«È qui che ti volevo. Non bisogna lavorare pensando che lo scopo è fare soldi. Bisogna lavorare perché è un’opportunità dataci per dare senso alla nostra esistenza e diventare davvero un UOMO con una particolare CAPACITÀ. Bisogna vivere orientati a diventare QUALCUNO (che saremmo noi stessi): solo diventando molto bravi ad interpretare noi stessi saremo davvero felici e realizzati. E magari anche con un certo benessere, basta che questo non si traduca solamente in uno schermo al plasma da appendere in una parete del salotto e davanti al quale abbioccarsi perché tanto ciò che conta è averlo appeso e non vederci un film».

Colgo una critica senza veli al ridicolo consumismo di cui siamo schiavi nonostante la crisi

«È una schiavitù senza catene e senza sferzate. È un bombardamento che non ci fa del male e che quindi serenamente e languidamente accettiamo.
E siamo diventati molli perché non ci interessa reagire perché è più comodo così. Leopardi diceva che La peggiore dittatura è quella blandissima.
Il senso è che finché c’è una dittatura con il manganello o il pugno di ferro, fa male, ma l’oppresso reagisce e si fortifica. Quella che non è violenta, invece e appunto, è blandissima, è quella peggiore, perché raggiunge lo scopo delle dittature violente, ma allo stesso tempo preclude all’oppresso la ribellione»

Paghiamo il conto.
Ci diamo appuntamento all’altra Osteria del Treno (quella sbagliata).
La mia chiacchierata con il Nacci non può certo finire qui.

*
Bruno Nacci è nato a Milano nel 1948 e ha frequentato il Liceo Classico Berchet.
Laureato in Filosofia, ha insegnato in vari istituti: magistrali, licei classici e scientifici e ha collaborato con diverse case editrici.
Traduttore e saggista si è occupato di classici francesi come Nerval, Flaubert, Hugo, Chateaubriand, Chamfort, Pascal, Baudelaire, Laclos. e di scrittori italiani come Leopardi, Vigolo, Rebora, Tomiolo, Tonon, Bosio ed altri.
Ha pubblicato una plaquette di poesie intitolata Cerimonie d’amore e la cronaca storica L’assassinio della Signora di Praslin.

Χαίρε,
Marco Sartori

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