La pelle di zigrinoSe Bersani ruba il lavoro alla Camusso

La preannuziata opposizione dell’on. Bersani alla riforma del mercato del lavoro varata dal governo Monti, non ha nulla a che vedere con la critica sollevata da Croce contro quell’«ideale da imbeci...

La preannuziata opposizione dell’on. Bersani alla riforma del mercato del lavoro varata dal governo Monti, non ha nulla a che vedere con la critica sollevata da Croce contro quell’«ideale da imbecilli» costituito dall’aspirazione per un «areopago, un’accolta di onesti uomini tecnici» al quale il filosofo napoletano riconosceva sì le alte virtù di probità, candidatezza, ingegno scientifico e dottrina, ma non disgiunte dall’altra qualifica, non sappiam se del pari alta, d’inettitudine.

Bersani, e con lui il PD, è stato sin dalla prima ora un dichiarato, ed in un certo senso coerente, sostenitore dell’esecutivo Monti.

Solo di recente una figura certo non di secondo piano nel PD, l’on. D’Alema, riconosciuto mallevadore della segreteria Bersani, è riemersa da un non immeritato anonimato delle cronache per annunziare l’imminente “ritorno della politica”. A conti fatti, più una minaccia che un auspicio, avendo avuto già troppe prove della inettitudine di quei politici che si trastullano, aspettando le elezioni imminenti, prendendo le misure per le future scrivanie.

Ma questa, si sa, è la nostra personale convinzione.

Fino a quel momento, dicevamo, il PD era stato alquanto leale, garantendo il voto in parlamento persino alla riforma delle pensioni, il primo degli interventi strutturali messo in cantiere dal duo Monti-Fornero.

In questo, non dissimile dall’atteggiamento dell’altrimenti fumoso terzo polo, ormai ridotto ad una dozzinale monomarca casiniana, che aveva promesso un appoggio “sine glossa” a Monti ed alle sue ricette. Idillio, per la cronaca, che per i terzopolisti si è interrotto quando il governo ha provato a limitare uno dei tanti privilegi (fiscali) riconosciuti dallo Stato alla Chiesa cattolica.

Sinistra e centristi avevano meritato almeno gli onori delle armi, distinguendosi dalla vecchia attitudine ricattatoria messa in piedi dalla destra berlusconiana, sempre pronta a rovesciare il tavolo se il menù non aggrada il padrone di casa.

Insomma: la luna di miele pare finita.

Nel dichiarare la propria opposizione alla riforma del mercato del lavoro presentata venerdì scorso, Bersani ha rinsaldato le fila con parte del mondo sindacale, che ha promesso le barricate contro qualsiasi intervento che limiti i diritti dei lavoratori.

Comprensibile, anche se, per parte nostra, non condivisibile.

E ci pare centri poco o punto il tema, autorevolmente sollevato dal prof. Salvati, delle diverse anime di cui sarebbe composto il PD: una socialdemocratica ed una riformista o liberal che dir si voglia.

La storia della socialdemocrazia europea dovrebbe, infatti, aver insegnato come i partiti della sinistra riformista per ambire al ruolo di governo debbano far proprio il vecchio insegnamento di Clement Atlee, premier laburista che sconfisse Winston Churchill subito dopo la seconda guerra mondiale. Pur essendo il movimento laburista inglese emanazione diretta dei sindacati dei lavoratori, i primi impegni del governo Atlee furono volti a salvaguardare l’autonomia della rappresentanza politica da quella sociale.

E ciò non gli impedì, una volta giunto al governo, di promuovere una politica di riforme sociali eufemisticamente definibile come avanzata.

Per non parlare del ruolo che nel più recente governo socialdemocratico tedesco guidato da Schroeder assunsero le riforme previdenziali ed assistenziali, culminate con i diversi interventi di riforma costituiti dai quattro Programmi Hartz, vero fondamento della ripresa economica del modello economico-sociale renano.

Ci limitiamo a due esempi, senza scomodare il caso del New-Labour blairiano, che sedusse, e repentinamente abbandonò, non pochi intellettuali e politici italiani.
Ingiusto, poi, ci sembra l’arrocco difensivo del segretario del PD che parrebbe accreditare l’immagine del Ministro Fornero come novella Lady di Ferro thatcheriana.
Una diecina di anni fa assistemmo a Verona ad un interessante dibattito sul tema del lavoro, promosso dagli allora Democratici di Sinistra, in cui uno dei relatori, e senatore di quel partito, aveva abbondantemente saccheggiato le idee dell’allora poco nota professoressa Fornero.

Tanto più, e tanto peggio, che la proposta di riforma oggi in discussione ha certo alcuni pregi (risponde anche ad una nostra esortazione, ponendo fine al potere di veto delle parti sociali, ed ha un impianto volutamente complessivo, con l’ambizione, non del tutto realizzata, di por mano all’intero ambito delle tutele e dei modelli contrattuali). Ma ha anche molti difetti tecnici che potrebbero essere ridotti, o eliminati, dal dibattito parlamentare, a condizione che se ne condivida l’impianto complessivo.

A noi pare di poter dire che l’impianto della riforma si giustifichi anche, se non proprio, in ragione della appena varata estensione del metodo contributivo per il calcolo dei trattamenti pensionistici. In un sistema previdenziale che erogherà trattamenti pensionistici parametrati agli effettivi contributi versati dal lavoratore, è di primario interesse creare un mercato del lavoro che assicuri non tanto la stabilità a tutti i costi del posto di lavoro, ma una carriera contributiva adeguata. Altrimenti rischiamo di innescare una bomba previdenziale, e di conserva: sociale, della cui gravità ci accorgeremo quando sarà troppo tardi, ovvero quanto la generazione degli oggi quarantenni comincerà ad andare in pensione.

Ed ancora, pare di dover condividere anche l’impostazione che vorrebbe trasferire dalle imprese alla socialità la tutela dei soggetti espulsi da sistema produttivo ed in cerca di nuova occupazione. Anche perché noi vorremmo che a tale mutata prospettiva facesse il paio l’eliminazione di quella sorta di accanimento terapeutico che mantiene in vita imprese troppo spesso inefficienti ed improduttive per un malinteso interesse sociale.

Per giungere a tanto, non lo disconosciamo, sarebbe necessario che gli attori politici e sociali, ed in particolare quelli orientati a sinistra, maturassero una chiara visione della particolare natura degli interessi che caratterizzano le moderne relazioni industriali. Così colmando il ritardo comportato dal «brusco passaggio da una visione in cui le vicende delle relazioni industriali scandivano le tappe per l’affermazione di un modello di sviluppo alternativo al capitalismo a un riconoscimento degli interessi distinti all’interno dell’impresa come tratto fisiologico delle economie industriali». Che è poi il tema, che accomuna ancor oggi le forze politiche e sindacali della sinistra europea, «di definire nuove forme di rappresentanza a fronte dei profondi mutamenti in atto nelle modalità di erogazione del lavoro», in cui il caso italiano «appare più esposto agli attacchi di chi vede nel sindacato l’ostacolo principale al conseguimento di una maggiore flessibilità nell’impiego del lavoro di quanto lo siano le organizzazioni sindacali di altri paesi che quel riconoscimento hanno compiuto da tempo» (così Marco Magnani, in Storia del Capitalismo italiano, a cura di F. Barca).

Noi non confidiamo di poter avere una grande interlocuzione con gli artefici di un simile processo. Ci limitiamo a suggerire, però, una semplice prassi.

Si abbandoni, da parte politica, la perigliosa attitudine a voler necessariamente accontentare l’opinione pubblica, a dover dipendere dai suoi mutevoli umori, in una deriva sondaggistica della rappresentanza democratica che già troppe ceneri e macerie ci sta lasciando alle spalle.

Non vorremmo, infatti, che quella del segretario Bersani fosse niente più, e niente meno, di una risposta al presagio dalemiano: che ritorna la politica, con tutti i suoi difetti.

Perché allora, e pur sfidando il più aperto dissenso col maestro Croce, non avremmo altra scelta che tenerci stretti il governo Monti.

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