MultitaliansTolosa: Lupi solitari che rovinano il branco

Alla luce dei fatti di Tolosa e Montauban, mi sembra giusto ricordare quanto scritto pochi giorni fa. La polizia arresta un marocchino a Brescia e coincidenza vuole che il parlamento riceva la rela...

Alla luce dei fatti di Tolosa e Montauban, mi sembra giusto ricordare quanto scritto pochi giorni fa.

La polizia arresta un marocchino a Brescia e coincidenza vuole che il parlamento riceva la relazione 2011 sulla politica dell’informazione per la sicurezza. Come attesta il documento il caso bresciano è un classico. Un immigrato dal Marocco, ventenne circa, pianificava un attentato alla sinagoga di Milano. Il suo è un jihadismo auto didatta, ma pericoloso per l’immagine dell’intera comunità straniera che vive a Brescia. E non è piccola.
Nel report dell’intelligence, lo chiamano “lupo solitario”, vale a dire un personaggio che agisce autonomamente e compie un percorso di auto-radicalizzazione frequentando i siti web ad hoc. L’agire da solo permette all’individuo di muoversi senza richiamare attenzione. Spesso si sposta in Europa, per incontrare adepti come lui, oppure torna in madrepatria, con lo scopo ufficiale di ricongiungersi temporaneamente con la famiglia. Come si legge nel documento, «il ruolo di internet è cruciale, per la diffusione di ideologie estremiste, atte a favorire processi di radicalizzazione e per il consolidamento di reti relazionali nell’ambito di indottrinamento, propaganda e proselitismo». Meglio di una moschea, quindi. Più discreto, più veloce. E ancora: «Per terrorista “lone wolf”, si intende un soggetto che pianifica e si attiva autonomamente, a differenza del “solo terrorist”, che agisce parimenti da solo ma riceve l’input organizzativo e logistico, da un gruppo o rete terroristica. A volte il terrorista solitario interagisce con altri individui, costituendo il cosiddetto lone wolf pack, ovvero una microcellula autonoma».
C’è da averne paura? Forse no. C’è però da rilevarlo come fenomeno sociale. Che deve essere filtrato dai riferimenti confessionali. Nel caso di Brescia infatti abbiamo a che fare con un musulmano che se la prende con gli ebrei. Due giorni fa però, una moschea sciita di Anderlecht, in Belgio, è stata data alle fiamme. Nel rogo è morto l’imam. L’incendio, gli inquirenti ne sono sicuri, è stato doloso e realizzato da un’unica persona. È anch’esso un attacco terroristico?
I servizi di intelligence hanno ragione. Fa più paura un lone wolf, invece che un gruppo di persone che si muove in maniera un po’ strana in qualche periferia. Ed è un luogo comune collegare la violenza all’immigrazione e ancor più all’Islam. Soprattutto perché dai luoghi comuni si arriva rapidi al pregiudizio e quindi alla dis-integrazione di una società che difficilmente cerca di essere multietnica. Il marocchino di Brescia sta a monte dell’attentato di Anderlecht. Perché il primo compromette tutta la comunità straniera e offre il fianco a reazioni altrettanto violente. L’intelligence fa bene a studiare il fenomeno, ma il suo intervento non basta. È una questione sociale, quindi da affrontarsi politicamente.

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