Il sapere dei classici«I bambini per conoscere devono ricordare» (Platone)

E va bene lo ammetto. Nonostante i miei buoni propositi, i miei stupidi proclami (al vento?) ed i miei notevoli sforzi di volontà, non ci riesco proprio: a mio figlio dico moltissimi no e pochissim...

E va bene lo ammetto.
Nonostante i miei buoni propositi, i miei stupidi proclami (al vento?) ed i miei notevoli sforzi di volontà, non ci riesco proprio: a mio figlio dico moltissimi no e pochissimi sì.

In questi primi 18 mesi di vita, il piccolo si è ritrovato un papà «grillo parlante» che come una fastidiosa puntina saltellante su un vinile rigato tende troppo spesso a ripetere — credetemi, mi sforzo, ma è più forte di me — «non fare questo», «attento che ti fai male», «non fare quell’altro», «non gridare».

No, così non va. Non è questo il metodo educativo, sicuramente non lo è. Sarebbe faticosissimo!
Un piccolo gesto della mia creatura mi ha però aiutato, finalmente, a trovare quella che potrebbe essere la strada giusta.

Vi racconto quello che è successo.
L’altro giorno siamo andati tutti e tre in un parco fuori Milano che, fra l’altro, dispone di un interessante rettilario: una galleria buia con tanti piccoli loculi ciascuno dei quali ospita, al di là di un vetro, un serpente di diversa specie o altro rettile.
Il bambino credo che non abbia mai visto in vita sua un serpente, sicuramente non lo hai mai visto dal vivo, e neppure in TV.
L’esperienza nel rettilario è stata per me un’illuminazione.
Il piccolo, alla vista del primo serpente (ripeto, non lo aveva mai visto in vista sua) si è completamente nascosto nel mio abbraccio scalpitando per la paura. Ho provato con calma a rassicurarlo, ma non c’è stato niente da fare: ha capito da solo (ma chi glielo ha insegnato?) che, cosa per tutti noi assolutamente elementare, il serpente è un pericolo.

Perché l’accaduto, insieme alla dolcezza dell’abbraccio, mi ha tanto rincuorato?
Perché ho avuto un importante spunto per il percorso educativo che con tanta fatica mia moglie ed io stiamo cercando di impostare con il bimbo.
Abbiamo infatti realizzato che «conoscere» non è «apprendere qualche cosa di nuovo», ma, come perfettamente ed inconfutabilmente dimostrato da Platone in uno dei suoi dialoghi socratici, «conoscere» è «ricordare qualcosa che si è sempre saputo e di cui, momentaneamente, ci siamo dimenticati».

Perché ce ne siamo dimenticati?
Tenetevi forte, la risposta di Platone è da brivido: «ce ne siamo dimenticati perché “siamo nati”».
Platone sostiene che, prima di venire al mondo, ciascuno di noi ha avuto la possibilità di contemplare la versione perfetta (c.d. “eidos”) di ciascuna cosa terrestre, animata o inanimata.
Che poi, venuti al mondo, abbiamo momentaneamente dimenticato per poi, appunto, “ricordare”, di volta in volta, strada facendo.
Questa è la spiegazione platonica di quello che, molti secoli dopo, la psicoanalisi avrebbe denominato “istinto”.

Educare, quindi, non è “buttare dentro”, ma è “aiutare ricordare”
Lo sforzo credo allora debba essere quello — non già di dire «si fa così» oppure «si dice così» in un molto spesso vano tentativo di fare del proprio erede ciò che arbitrariamente assumiamo sia giusto per lui, ma quello — di decodificare dai suoi comportamenti le naturali inclinazioni, giorno per giorno, perché quelle inclinazioni sono l’espressione della visione perfetta di tutte le cose (animate e non) contemplate prima di nascere e che bisogna pian piano aiutare a ricordare.

Credetemi, i nostri piccoli bambini sanno molto più di noi.
Perché, pur ricordando di meno, hanno visto ciò che devono sforzarsi di ricordare molto prima di noi che, invece, ce ne stiamo nel frattempo dimenticando.

Χαίρε
Marco Sartori