Mercato e LibertàTagli e riforme: una cronologia immaginaria

Si fa un gran parlare degli effetti recessivi delle politiche di contenimento del deficit. Queste discussioni confondono però molti piani di analisi economica: il breve termine con il lungo, la dif...

Si fa un gran parlare degli effetti recessivi delle politiche di contenimento del deficit. Queste discussioni confondono però molti piani di analisi economica: il breve termine con il lungo, la differenza tra tagli alla spesa e aumenti delle tasse, la differenza tra risparmi e investimenti e tra spese produttive e improduttive (e disproduttive), e le determinanti fiscali e non fiscali della crescita economica.

Propongo dunque una cronologia immaginaria. I conti non sono fatti con criteri econometrici. Ho anche supposto che l’inflazione rimanga superiore alla media europea nonostante tutte le liberalizzazioni. I numeri sono corretti solo in primissima approssimazione.

[DATI AGGIORNATI PER CORREGGERE ALCUNI ERRORI]

Gennaio 2013

Un nuovo governo si insedia a Palazzo Chigi, con una maggioranza schiacciante ad entrambe le Camere. Queste ipotesi servono ad eliminare i problemi politici e focalizzare l’attenzione sugli aspetti economici.

La situazione economica a questa data è: debito al 120% del PIL, deficit del 3%, spesa pubblica del 50% e pressione fiscale del 47%.

Il governo decide di mantenere la spesa nominale costante per cinque anni: la spesa totale rimane costante, la spesa reale diminuisce lentamente per via dell’inflazione. L’effetto che ciò ha sul rapporto spesa/PIL dipende dalla crescita economica nominale, che è pari alla crescita economica più l’inflazione. Supporemo un’inflazione pari al 3% ogni anno.

Il governo decide di vendere partecipazioni statali e/o immobili di proprietà pubblica per un ammontare pari al 2% del PIL, cioè 30 miliardi.

Il governo decide di liberalizzare i treni, gli aerei, i traghetti, la telefonia fissa e mobile, gli albi professionali, le farmacie, i servizi di trasporto locale, la produzione e la distribuzione di gas ed energia elettrica.

Il governo decide di semplificare la burocrazia per l’apertura delle imprese, e di semplificare gli adempimenti fiscali.

Il governo abolisce l’IRAP, perdendo 1.5% percentuali PIL di entrate, iniettando queste risorse direttamente nelle tasche delle imprese.

Il governo riforma la giustizia civile affinché sia più rapida e prevedibile.

Gennaio 2014

La crescita economica è frutto di due tendenze opposte: i tagli che riducono la domanda nel breve termine, e le riforme economiche e la riduzione della pressione fiscale che l’aumentano nel lungo termine. Il primo anno l’effetto è nullo: il PIL reale rimane invariato.

La pressione fiscale è scesa al 45.5% del PIL (dell’anno precedente), e il PIL è aumentato del 3%, mentre le uscite sono rimaste costanti. Il deficit è aumentato al 4.5%. Il debito è aumentato del 4.5% di PIL per il deficit, ma è diminuito del 2% per le dismissioni: il rapporto debito PIL è ora il 119%.

Il governo riduce i contributi previdenziali a carico delle imprese del 20%, perdendo 1.5% di PIL di entrate.

Il governo vende altri 2% di PIL di attività mobiliari e immobiliari.

Gennaio 2015

Finito l’effetto di breve termine dei tagli, l’economia si riprende: le imprese hanno costi inferiori per oltre 20 miliardi per l’IRAP e di altrettanti per i contributi, ampli settori dell’economia sono stati liberalizzati e possono dunque guadagnare in efficienza, lo spread si è ridotto perché i conti sono sotto controllo, le banche hanno meno prestiti in sofferenza e sono dunque finanziariamente più solide, anche se le dismissioni hanno creato un piccolo effetto patrimoniale sui loro conti, riducendo il valore delle loro attività immobiliari.

Ora la crescita è l’1%, la spesa è sotto il 47% del PIL, la pressione fiscale è il 42%. Il deficit è rimasto il 4.5% del PIL, e il rapporto debito PIL grazie alle dismissioni è sceso al 117%.

Gennaio 2016

La crescita economica è il 2%, e ormai è in linea con l’Europa.

Il governo dimezza l’IRES, e sforbiciando qualche altra tassa, perde il 2% di PIL di entrate. La competitività delle imprese è notevolmente aumentata, attraendo nuovi investimenti.

Il governo vende il 2% di PIL di attività mobiliari e immobiliari.

La spesa pubblica è ora il 44.5% del PIL, la pressione fiscale è il 40%, il rapporto debito/PIL è il 114%. Tranne che per il debito, stiamo in linea con la Germania.

Gennaio 2017

La crescita economica è il 3% del PIL: grazie alla maggiore competitività e alla maggiore concorrenza, l’Italia comincia a recuperare margini di crescita persi in venti anni di stagnazione. La strada è lunga, ma in dieci o venti anni l’Italia potrebbe recuperare tutto lo svantaggio accumulato, di venti punti di PIL persi.

Il governo taglia i contributi previdenziali a carico delle imprese di un altro 20%, pari al 2% del PIL.

Il governo dismette 2% di PIL di attività.

La spesa pubblica è il 42% del PIL. La pressione fiscale è il 38%. Il rapporto debito/PIL è il 110%.

Gennaio 2018

Come l’anno precedente, la crescita è il 3%, la pressione fiscale scende del 2%, e si vendono 2% di attività.

La spesa pubblica è ora sotto il 40%, come la pressione fiscale, il rapporto debito/PIL è il 106%.

Cosa succede dopo

Il cinquennio è passato. I problemi macroeconomici italiani sono risolti: l’economia cresce, è competitiva, è finanziariamente robusta. Ora è possibile stabilizzare la spesa pubblica rispetto al PIL, e mantenere una buona competitività. Si può fare di meglio, ma possiamo accontentarci.

Con un deficit dell’1%, e una crescita nominale del 6% nel lungo termine, il rapporto debito/PIL scenderebbe sotto il 50% in quindici anni.

Ci si accorgerà presto che per crescere serve la ricerca, le università, le infrastrutture, oltre a tutto ciò che ho elencato. La crescita è una cosa complicata, ma le riforme del 2013 hanno eliminato molti ostacoli, e la diminuzione del debito e delle tasse hanno liberato risorse per scopi produttivi.

Non ho detto nulla su cosa tagliare. Per avere effetti positivi sulla crescita è opportuno tagliare la spesa corrente, perché alcune forme di spesa in conto capitale, come le infrastrutture, possono servire alla crescita. Non tutte: gli aiuti alle imprese, ad esempio, non servono a molto, ed è preferibile tagliare la pressione fiscale su di esse direttamente.

Per tagliare la spesa in termini reali (se la spesa nominale è costante, la spesa reale diminuisce con l’inflazione), occorre capire dove tagliare. Non è detto che sia necessario ridurre i servizi: la spesa è inefficiente. C’è però bisogno di un miracolo per far guadagnare efficienza allo Stato. Se non si guadagna in efficienza, bisogna tagliare alcuni servizi. E di servizi inutili, tra aiuti all’editoria e finanziamenti alla RAI, ce ne sono tanti. In molti campi i servizi pubblici possono essere sostituiti da servzi privati, e ciò che si perde tagliando la spesa è più che compensato da ciò che si guadagna in efficienza. Nonostante ciò, una riduzione dei servizi potrebbe essere necessaria per realizzare il ‘piano’ utopistico descritto.

Ora che l’Italia è salva e sulla strada per tornare ad essere un paese ricco, si può ricominciare a distruggere tutto impunemente. Perché le riforme, allo Stato, vengono male, ma, quando si tratta di distruggere, sono bravissimi.

Pietro Monsurrò

PS La spesa è totale, sia primaria che interessi. Dunque gli interessi sul debito non sono considerati perché già inclusi nella spesa. Inoltre, la riduzione dello spread e del debito rispetto al PIL faranno sì che una spesa nominale costante è compatibile con un aumento nominale della spesa primaria. Ciononostante, verosimilmente la spesa reale primaria diminuisce comunque. Oggi l’Italia paga l’7% di PIL in interessi. Se il debito PIL fosse 106, e il tasso di interesse il 3%, pagherebbe la metà. Le dinamiche del costo degli interessi sono troppo complicate per essere modellizzate con semplici calcoli, comunque.

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