Storia Minima25 giugno 1982 Quando la sinistra e gli ebrei hanno divorziato senza dirsi arrivederci.

Domani sarà il trentesimo anniversario della deposizione della bara vuota nel corso di un corteo sindacale unitario di fronte al Tempio Maggiore di Roma. In quei giorni un giovane Paolo Flores d’Ar...

Domani sarà il trentesimo anniversario della deposizione della bara vuota nel corso di un corteo sindacale unitario di fronte al Tempio Maggiore di Roma.
In quei giorni un giovane Paolo Flores d’Arcais scrive un testo che ancora trovo istruttivo e in cui afferma, tra l’altro: “Che qualche decina di partecipati ad un corteo sindacale, a solidarietà del popolo palestinese perseguitato, trovi congruo incolpare gli ebrei e lasci una simbolica bara ai piedi della Sinagoga, prova solo che alcune decine di dimostranti sindacalizzati nutrono simpatia per uno schema di ragionamento che fu già delle camicie brune. […] Le cose sarebbero così, indecenti eppure rassicuranti, se il corteo sindacale , servizio d’ordine e semplici militanti, allo svolgersi dell’episodio, fosse stato percorso da un’incontenibile indignazione, dando luogo ad una di quelle reazioni che il pudore semantico del’Unità avrebbe, il giorno seguente, definito ‘isolamento della provocazione’. La mano pesante del servizio d’ordine si è messa in moto per molto meno” (cit. in Lia Tagliacozzo, Cronaca di un’incomprensione. La svolta del 1982 nel discorso pubblico su ebrei e Israele, in Storia della Shoah in Italia. Vol. II. Memorie, rappresentazioni, eredità, Utet 2010, p. 524).
Ma appunto la mano pesante del servizio d’ordine non si mosse, qualcuno applaudì, qualcun altro pensò che era una goliardata.

Quell’episodio è diventato da allora uno spartiacque tra un prima e un dopo e forse individua in maniera irreversibile una condizione: quella della frattura tra ebrei e sinistra in Italia. Più probabilmente come prova a raccontare Matteo Di Figlia nel suo Israele e la sinistra (Donzelli), quell’episodio è solo l’ultima espressione di un lungo conflitto latente che si apre ufficialmente nel 1967, con la “guerra dei Sei giorni” e poi si trascina con molte microfratture nel corso di tutti gli anni ’70.
A me sembra, tuttavia che quella cosa stabilisca più che una frattura una condizione progressiva di reciproca estraneità che da allora ha iniziato a costruirsi tra due mondi che nel tempo sono passati da una condizione di confronto problematico, ma comunque di crescita e di scambio, a uno di coabitazione fredda, simile a quella che caratterizza gli abitanti di un condominio che farebbero volentieri a meno uno dell’altro, ma che le circostanze costringono talvolta a ritrovarsi, anche se solo per regolare questioni tipo il funzionamento del riscaldamento centralizzato o la definizione del posto auto nel cortile.
Eppure quell’episodio ha un peso rilevante e strutturale. Appartiene alle icone fondamentali dell’immaginario collettivo ebrei, sinistra e destra da allora e sicuramente è una delle scene che consentono di capire quanto sia stata profonda la metamorfosi dalla Prima alla Seconda Repubblica e destinato a far parte a pieno titolo di un’ipotetica Terza Repubblica. Perché se il confronto tra sinistra ed ebrei rimane aperto e non risolto, è vero che esso riguarda biografie e figure pubbliche che un tempo erano di sinistra e poi hanno rotto, magari clamorosamente. Dopo di loro non c’è stata da allora un’altra generazione. Per certi aspetti quella frattura è popolata di figure che prima o poi scompariranno , ma anche ha interrtto un ricanmbio generazionale.
Quello tra sinistra e mondo ebraico alla fine è una storia di vite raccontate in prima persona, di ego-histoire. E’ una storia di ieri, interessante per capire dei passaggi emozionali, ma che non produce niente se non la riconsiderazione sul passato. Il presente è più prosaico e anche più banale.
Quelli che sono rimasti a sinistra hanno ormai capito da tempo che quella partita è chiusa e occorrerà un passaggio generazionale complicato. In ogni caso hanno ormai da tempo scisso le questioni. Non perché siano irrilevanti, ma perché hanno maturato l’idea che le risposte a tutti i problemi non sono trovabili in una sola agenzia e dunque non si aspettano che questa sinistra (mai dire di mai) sia in grado di avere le risorse culturali e la volontà di affrontare la questione, perc hé il suo vocabolario è bloccato. E’ uno dei tanti casi in cui la rendita di posizione, l’infingardaggine, ma anche l’inconsistenza domina. Come diceva Manzoni, “se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare”.

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