Post SilvioMinistro Cancellieri, chi viene condannato per la morte di un giovane non può più fare il poliziotto. Punto.

Sono giorni che ripenso alla storia di Aldrovandi. Una storia colpevolmente messa in soffitta come capita, a volte, nel nostro paese. I vergognosi insulti pubblicati su Facebook qualche giorno fa d...

Sono giorni che ripenso alla storia di Aldrovandi. Una storia colpevolmente messa in soffitta come capita, a volte, nel nostro paese. I vergognosi insulti pubblicati su Facebook qualche giorno fa da uno degli agenti condannati hanno avuto un insospettabile merito: quello di riportare a galla la vicenda e stimolato anche me a ricostruirla, almeno nelle sue principali tappe giudiziarie. 

Il processo si è dunque concluso da poco, con una sentenza definitiva di condanna per gli agenti, responsabili delle lesioni che hanno portato Aldovrandi alla morte. Bene, appena pochi giorni fa, a sentenza definitiva ormai conquistata era una ministro della Repubblica, Annamaria Cancellieri, a usare troppi condizionali. “Se ci sono stati, come sembrerebbe, degli abusi gravi, e’ giusto che vengano colpiti”. Sul blog curato dai genitori di Aldrovandi scattava una comprensibile e compostissima indignazione. Ma anche senza aver mai voluto bene a Federico, si può affermare che il condizionale era fuori luogo. Non è che “sembrava” che ci fossero stati degli abusi: era accertato dalla magistratura giudicante (non dagli organi di accusa, dai pm, dalle intercettazioni) fino al terzo grado di giudizio. La Cancellieri però non si sbilancia, sull’indulto che evita il carcere agli agenti parla delle nostre leggi e degli “annessi e connessi” (?).

Meno male – è assurdo dirlo, ma è così – che qualcuno tra i condannati si lancia su Facebook a scrivere le sue bestialità, a chiamare Aldrovandi cucciolo di maiale. A questo punto la ministro non può sottrarsi. Non può esimersi da una condanna secca, con qualche condizionale che evidentemente è d’abitudine, e dice di un procedimento disciplinare prontamente avviato. 

Dove porterà il procedimento? Vedremo. Intanto, sarebbe bene sgomberare il campo di un dubbio: che chi ha contribuito alla morte di un giovane, è stato condannato con sentenza passata in giudicato e si è tanto pentito da insultare pubblicamente i genitori della vittima, non può più vestire una divisa in nome dello stato italiano. È la banalità del bene, signor ministro, senza “annessi e connessi” e senza condizionali. All’indicativo, come sono scritte le sentenze. 

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