(Es)cogito, ergo sumChi vuol far l’americano?

  Faccio parte della schiera di coloro che per anni hanno subìto la fascinazione del mito americano, quello alimentato dal cinema, dalla letteratura, dalla televisione e che ci ha resi un po’ tutti...

Faccio parte della schiera di coloro che per anni hanno subìto la fascinazione del mito americano, quello alimentato dal cinema, dalla letteratura, dalla televisione e che ci ha resi un po’ tutti ‘americani a Roma’. Ma l’America è lontana, dall’altra parte della luna (Dalla docet) e come tutte le cose lontane è, per definizione, portatrice sana d’incanto e promesse di felicità.

Fu così per gli antifascisti fin dagli anni Trenta, quando l’America rappresentò la corsa all’oro della libertà così come personificò una dea scontrosa, da guardare in fretta, nel volo della fenice di Italo Balbo, l’unico fascista più famoso di Benito Mussolini oltreoceano.

Osannata da poeti e scrittori, in molti abbiamo voluto cercarla qui la nostra America, sulle italiche sponde, sognando un giorno di poterci andare.

Finché, decennio dopo decennio, il sogno americano ha iniziato a sbiadirsi sempre più, fino a smitizzarsi in un processo lento e irreversibile. E adesso ci fa quasi paura quest’America piena di contraddizioni, in cui comprare un’arma è facile quanto acquistare un telefonino e dove sparare all’impazzata in un cinema o in una scuola, è un modo come un altro per balzare agli onori della cronaca e godere così di quei quindici minuti di celebrità preconizzati da Warhol.

È dunque finito il tempo delle laudi epiche nei confronti di una nazione in cui a New York, città che ha per simbolo la statua della Libertà, è vietata la vendita dei mega bicchieri di bibite gassate e dove non è permesso fumare all’aperto. Dopo quattro anni, anche la nostra infatuazione nei confronti di Barack Obama pare essersi già consumata, così come accade agli innamoramenti che non resistono agli urti con la realtà e con i difetti, da cui non è immune neanche il presidente del “Yes, we can”.

Sono lontani i tempi in cui Elio Vittorini, all’inizio degli anni Quaranta, pubblicava “Americana”, mitica antologia osteggiata dal regime, che rappresentò l’alfa e l’omega dei narratori sui quali si formò la nostra intellettualità frondista, da John Fante a Faulkner, da Hemingway a Kerouac.

Sembra davvero un’altra era, eppure sono passati solo settant’anni. Nel frattempo, i ‘graffiti americani’ sono diventati segni di risulta e il sogno ha perso molte stelle e qualche striscia. Probabilmente di quest’America demitizzata resteranno intatti solo i ruggiti di Springsteen dalle sponde del suo River, il fiume mistico della nostra giovinezza.

Insomma, è sempre più vicino il giorno in cui ci persuaderemo che non essere nati negli Usa non è poi così male.

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