MultitaliansDamasco: quel che si dice in città

DAMASCO – I cannoni hanno cominciato a sparare verso le cinque e mezzo della mattina. E non hanno smesso per almeno una decina di ore. È stato un tambureggiare lento e monotono. Ogni colpo era inte...

DAMASCO – I cannoni hanno cominciato a sparare verso le cinque e mezzo della mattina. E non hanno smesso per almeno una decina di ore. È stato un tambureggiare lento e monotono. Ogni colpo era intervallato da cinque minuti circa, alle volte anche di più. Alla fine si sono alzati gli elicotteri. E si sono messi a sparare pure loro. La gente, nella città vecchia, si è affacciata alle finestre. Con il naso per aria cercava i falchi di metallo nel cielo, i quali però si facevano solo sentire. La battaglia era fuori. Oltre Douma. In una zona già battuta dai ribelli e che ora l’esercito regolare ha di nuovo sotto controllo.
Al tramonto tutto è tornato come prima. In attesa di un nuovo scontro. Intanto la Siria – quella fiera, quella che continua a nutrirci di storia e tradizioni – sa cosa verrà scritto sui giornali occidentali. «Assad massacra il suo popolo!» «Il macellaio di Damasco sparge ancora sangue». Così si leggerà. Oppure si dirà che l’artiglieria non ha fatto nulla per fermare l’avanzata dei ribelli sulla capitale. Sì, più o meno è questa la linea che si sta tenendo nell’interpretare la crisi siriana. Noi parliamo di guerra. Loro la ridimensionano a crisi. Noi scriviamo che Assad se ne deve andare. Loro ci chiedono: «Benissimo, chi avete da proporci come alternativa?» Noi non rispondiamo. E così si va avanti con la polemica. Sul fatto per esempio che chi è legittimamente preposto a scegliersi un proprio governo è solo il popolo siriano. E non le monarchie del Golfo, che pagano i ribelli per frantumare ormai i pochi equilibri del Medioriente.
Damasco non è assediata. Come invece si legge sui giornali. Italiani in primis. È in attesa degli eventi. E per questo non è tranquilla. Ogni mattina si sveglia chiedendosi quale sarà il prossimo obiettivo colpito dai terroristi. «L’11 settembre 2001 il mondo intero si è fermato per piangere gli attentati di New York», dicono per la strada. «Abbiamo pianto anche noi. Perché l’America era stata attaccata da un nemico che si dichiarava musulmano. Oggi lo stesso nemico colpisce il nostro Paese. Perché non piange nessuno?» Terrorismo in Siria. Certo non made by Assad. È un’assurdità quella di far ricadere le colpe degli attentati nella capitale sulle spalle del governo perché, così facendo, cercherebbe di raccogliere consensi o riscuotere commiserazione. La crisi siriana è una tale metastasi che non ci sono più gli spazi per questi bizantinismi.
E allora? Allora questa non è una guerra. Non come la pensiamo noi. C’è un esercito regolare, il che combatte un nemico insidioso e difficile da sgominare. Ci sono delle bande armate di varia provenienza, le quali in città piazzano le bombe e nelle campagne vanno a tagliare le gole. Un po’ in nome di Allah – come se Dio ordinasse certe cose – un po’ per ricattare i clan ricchi. Poi, una volta eseguito lo sporco lavoro, vanno su Youtube e lo fanno passare come un massacro dei fedelissimi di Assad. Senza rendersi conto che non tutti ci credono. A Damasco lo sanno che le stragi non sono opera dell’esercito. Certo, quello combatte. Picchia duro. E i suoi cannoni si fanno sentire. Ma fa il suo mestiere. Vittime collaterali? Hanno fatto sempre parte di qualsiasi scontro. Anche in gran numero.
Non è una guerra. Non nel senso classico. Qualcuno ha detto che è simile alla guerra civile spagnola. Sarà… Personalmente però, l’ammirazione che nutro per le Brigate internazionali non è la stessa che riserbo per gli oppositori ad Assad.

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Linkiesta Paper Estate 2020