Opportune et importuneLoris D’Ambrosio, in morte di un uomo onesto

«Di dignità offesa si può morire», ha scritto il quotidiano cattolico Avvenire commentando la morte del magistrato e consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio. Può sembrare retorica. No...

«Di dignità offesa si può morire», ha scritto il quotidiano cattolico Avvenire commentando la morte del magistrato e consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio. Può sembrare retorica. Non lo è affatto. «D’Ambrosio ha molto sofferto», ha spiegato il ministro della Giustizia Paola Severino in occasione dei funerali, «non riusciva a capacitarsi di come potesse essere accusato, con tanta veemenza, di aver voluto interferire su indagini in tema di mafia, proprio la materia che aveva costituito il centro di un impegno così intenso».
L’infame gogna mediatico-giudiziaria alla quale è stato sottoposto Loris D’Ambrosio è indegna perché rivolta ad un uomo che la mafia, insieme a Giovanni Falcone, l’ha combattuta fino in fondo attraverso numerose e brillanti iniziative come l’istituzione della Procura nazionale antimafia e la legge sul 41 bis, il carcere duro per i mafiosi, di cui è stato il “padre” legislativo.
La gogna è turpe e infame quando è applicata a persone, come D’Ambrosio, che palesemente non lo meritano. Ma è altrettanto turpe e infame, come metodo, anche quando è scagliato contro un sospetto di mafia. Si chiama garantismo. Ma per certi magistrati, in combutta con alcuni giornalista da cui traggono linfa, anche questo si può e si deve immolare sull’altare ideologico del cosiddetto “controllo di legalità” di cui si sentono le vestali pure e senza macchia.
La morte di D’Ambrosio dovrebbe imporre l’apertura di un dibattito, serio e alieno dagli ardori delle opposte tifoserie, di che cosa sia diventata oggi la magistratura rispetto ai poteri e alle altre funzioni dello Stato.

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