(Es)cogito, ergo sumPaolo Borsellino, non fiori ma Verità

  Oggi, nel ventennale della sua morte, non avrei voluto scrivere di Paolo Borsellino. Già troppe le parole spese per ricordarlo, troppa la retorica degli uomini dello Stato giunti a Palermo a cele...

Oggi, nel ventennale della sua morte, non avrei voluto scrivere di Paolo Borsellino. Già troppe le parole spese per ricordarlo, troppa la retorica degli uomini dello Stato giunti a Palermo a celebrare un anniversario che odora ancora di fumo, polvere nera e morte. Io me la ricordo bene quell’afosa domenica di luglio, quando la notizia deflagrò nelle case degli italiani con la stessa virulenza di quella 126 color amaranto fatta esplodere in via D’Amelio in una Palermo che, d’un tratto, assomigliò a una Beirut ferita a morte.

Solo cinquantasette giorni prima, in un altro attentato, era stato ucciso Giovanni Falcone, amico fraterno di Borsellino, che qualche settimana prima di morire aveva confidato al collega prediletto: “Paolo, la gente fa il tifo per noi”. Era proprio così e dopo vent’anni è ancora così, Noi, gente comune, tiferemo sempre per quei due impavidi magistrati che, pur sapendo entrambi di essere condannati a morte, hanno continuato a fare il loro lavoro al servizio dello Stato con uno spirito di abnegazione fuori dal comune.

Cosa ne hanno ricevuto in cambio? Certo, funerali di Stato, commemorazioni in pompa magna e poi strade e piazze che portano i loro nomi.Ma,a distanza di vent’anni, aspettiamo ancora delle risposte.

Nel corso delle celebrazioni oggi è stata più volte evocata la parola verità. E domani? Domani la vita ricomincerà là dove si era interrotta, fino al prossimo anniversario dove, con tutta probabilità, si diranno più o meno le stesse cose e verrà ancora invocata la verità.

Invece dovremmo ricordare Paolo Borsellino tutti i giorni ed esigere di conoscere una volta per tutte la Verità. Non quella processuale che si è dimostrata fasulla perché per la strage di via D’Amelio, accusati dal pentito Vincenzo Scarantino, furono sette le persone condannate all’ergastolo, Scarantino compreso.

Condanne che hanno retto il vaglio di ben quattordici sedi processuali, Cassazione compresa, fino a quando il 27 ottobre scorso, sulla base delle dichiarazioni di un altro pentito, Gaspare Spatuzza, è arrivato il colpo di scena: il teorema è crollato e quattro funzionari di Polizia sono stati accusati di aver manipolato un verbale reso da Scarantino. Ma perché Scarantino avrebbe accusato se stesso e altre sette persone? Cui prodest?

E poi c’è il fitto mistero dell’agenda rossa da cui Borsellino non si separava mai. Perché non è mai stata ritrovata? Era risaputo che lì il giudice appuntasse pensieri, sospetti, intuizioni, nomi e cognomi. Giuseppe Ayala, amico e collega di Falcone e Borsellino, che fu tra i primi ad accorrere in via D’Amelio subito dopo l’attentato, si trovò tra le mani la borsa con dentro anche l’agenda rossa. Ayala affidò quella borsa a un carabiniere. Che fine ha fatto? Chi avrebbe avuto interesse a farla sparire? Eppure quell’agenda, che Marco Travaglio ha definito ‘la scatola nera della Prima Repubblica’, potrebbe parlare, forte e chiaro.

L’ultimo mistero in ordine di tempo riguarda poi Vincenzo Scarantino del quale, da due settimane, non si hanno più notizie. “Può essergli capitato tutto e niente’ dicono gli investigatori. Una frase che dice tutto, senza dire niente.

Insomma, dopo vent’anni i misteri continuano, insieme ai depistaggi e alle omertà. Mai come in questo caso la verità assomiglia a un puzzle di cui possediamo solo qualche tessera, ma nessuno riuscirà mai a convincerci che quella tessera sia l’intero puzzle.

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