Cittadini, non sudditiQuando sentiremo Monti dire che evasori e pubblici dipendenti fannulloni sono uguali?

Per il Premier Mario Monti, gli evasori fiscali non devono essere chiamati furbi, ma ladri meritevoli di subire anche "esposizioni mediatiche antipatiche", ossia la gogna del terzo millennio. Su qu...

Per il Premier Mario Monti, gli evasori fiscali non devono essere chiamati furbi, ma ladri meritevoli di subire anche “esposizioni mediatiche antipatiche”, ossia la gogna del terzo millennio.

Su questa scia, molti sono coloro che hanno rilanciato possibili forme punitive “accessorie”, idonee a sottolineare l’eccezionale pericolosità sociale del reato. L’ex Garante della Privacy, Francesco Pizzetti, a titolo di esempio, ha dichiarato che potrebbe essere giusto prevedere che l’accertamento di una evasione fiscale di un certo rilievo comporti anche la perdita dei diritti elettorali.

Queste affermazioni e queste proposte, in astratto condivisibili, scontano due gravi peccati d’origine.

Il primo: sono tremendamente distoniche rispetto alla determinazione che la classe dirigente del Paese, anche quella tecnica, mette nel perseguire altre forme di illegalità altrettanto diffusa e altrettanto perniciosa.

Il secondo: sono estremamente vaghe e approssimative nello spiegare chi è l’evasore da mettere addirittura in ceppi e, soprattutto, quando lo diventa.

Partiamo dal primo peccato.

Sentiremo mai dire a Mario Monti che un dipendente pubblico, che passa il tesserino e poi se ne va al bar o a fare la spesa un paio d’ore, non deve essere considerato un furbetto del badge, ma un ladro da licenziare in tronco non appena accertati i fatti, esattamente come il mero accertamento fiscale è esecutivo per la riscossione delle imposte contestate anche in pendenza di ricorso?

Probabilmente no, perché, in questo caso, vale quella regola della sobrietà dei toni che, invero, è molto apprezzabile in Monti. Eppure, premesso che rubano entrambi e che pertanto entrambi vanno perseguiti con la massima fermezza, non sarà mai troppo tardi quando in questo Paese verrà finalmente riconosciuto che, tra chi ruba omettendo di versare il dovuto sulla ricchezza che si prende quanto meno la briga di creare e chi ruba sperperando o appropriandosi di risorse pubbliche che non ha concorso a generare, il secondo non è certo meno ladro del primo.

Più preoccupante ancora è però il secondo peccato originario. Chi è l’evasore meritevole di diventare il mostro in prima pagina?

Solo quello che froda falsificando documenti e quello che, più semplicemente, ma non meno colpevolmente, si limita a nascondere i proventi che consegue?Oppure, addirittura, anche l’amministratore dell’impresa che si ritrova con accertamenti di centinaia di migliaia di euro, quando non di milioni, perché i costi che ha ligiamente indicato in dichiarazione (ed ha effettivamente sostenuto) gli vengono considerati in tutto o in parte indeducibili sulla base di argomentazioni spesso apodittiche quali, ad esempio, la presunta non congruità dei medesimi o il jolly (per l’amministrazione finanziaria) dell’abuso del diritto?

Inoltre: quando deve scattare la gogna mediatica nel caso di ricorso del contribuente all’accertamento?

Si aspetta almeno una sentenza di primo grado da parte di un giudice oppure basta e avanza una bella conferenza stampa dell’Agenzia delle Entrate che comunica di aver spiccato l’atto di contestazione?

Il “Rapporto trimestrale sullo stato del contenzioso tributario – periodo gennaio / marzo 2012”, diramato lo scorso aprile 2012 dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia, ha evidenziato che, anche nei primi tre mesi del 2012, le vittorie “piene” dell’Amministrazione finanziaria e degli altri enti contro i ricorsi presentati dai contribuenti sono stati meno della metà dei contenziosi esaminati dai giudici tributari.

Nel dettaglio, in sede di Commissione tributaria provinciale (giudice di I grado), le vittorie “piene” dei contribuenti sono il 34,95%, quelle “piene” degli uffici il 39,83%, i giudizi “intermedi” (ossia quelli in cui le ragioni del contribuente vengono accolte, ma solo in parte) l’11,58%, gli altri esiti (tipo conciliazioni giudiziali o estinzione del processo) il 13,06%.

In sede di Commissione tributaria regionale (giudice di II grado), i dati risultano sostanzialmente allineati per quanto attiene alle vittorie “piene” dei contribuenti (36,07%) ed i giudizi “intermedi” (12,00%), mentre crescono le vittorie “piene” degli uffici (47,57%) e cala invece la voce residuale degli altri esiti (4,37%).

Il dato disaggregato per tipologia di ente impositore evidenzia come migliore performance quella dell’Agenzia delle Dogane (63,70% di vittorie “piene” in I grado e 74,10% in II grado), mentre l’Agenzia delle Entrate si ferma a un 37,98% di vittorie “piene” in I grado e 45,11% in II grado. Per Equitalia, le vittorie “piene” sono il 42,08% in I grado e il 47,79% in II grado.

Questi dati esprimono la percentuale di vittorie rispetto al numero di controversie trattate; non sono invece stati ancora diramati i corrispondenti dati rispetto al valore degli importi oggetto di controversia.

I dati definitivi del MEF per l’intero anno 2010, diramati lo scorso novembre 2011, evidenziavano una percentuale di vittorie “piene” per l’Agenzia delle Entrate in misura pari al 39,76% del numero delle controversie decise dalle Commissioni Tributarie Provinciali (giudice I grado) ed una percentuale di vittorie “per importo in contestazione” pari al 47,19%.

Il MEF non ha invece ancora diramato i dati definitivi per l’intero anno 2011, ma il dato, seppure in leggero miglioramento dal punto di vista della performance degli uffici, non dovrebbe discostarsi di molto da quello relativo al precedente anno 2010 e al successivo primo trimestre 2012.

La sintesi che emerge dalla lettura di questi dati è che, in presenza di un ricorso del contribuente, il successivo giudizio di I e II grado dà ragione “piena” agli enti impositori, ivi inclusa l’Agenzia delle Entrate, meno della metà delle volte e per non più della metà degli importi.

Per cui, anche al netto degli insopportabili squilibri tra determinazione nel perseguire chi ruba ai concittadini evadendo le tasse e chi ruba ai concittadini dissipando le tasse, sarebbe veramente ora e tempo che, chi al Governo dichiara guerra senza quartiere agli evasori, dimostri anche di essere consapevole che esistono diversi tipi di evasione fiscale (non solo dal punto di vista quantitativo) e, soprattutto, che l’emissione di un avviso di accertamento non può essere considerato presupposto sufficiente per bollare come evasore un cittadino, esattamente come in nessun altro ambito del vivere civile un mero atto di contestazione impugnato può sortire l’effetto di una condanna già passata in giudicato.

A meno che, naturalmente, la recente “promulgazione” dello stato di guerra serva proprio da prologo per la sospensione dei più elementari diritti civili, nel nome del Dio Stato e del suo Arcangelo Erario.

Se davvero vogliamo dichiarare guerra all’evasione fiscale, senza trasformare in una guerra civile tra pubblico e privato quella che deve essere una battaglia di tutti i cittadini, servono due cose:

-l’upgrade della Corte dei Conti in un’Agenzia delle uscite focalizzata su corruzione e sprechi nel settore pubblico, con poteri ispettivi, coercitivi ed esecutivi analoghi a quelli dell’Agenzia delle entrate;

-un rafforzamento quantitativo e qualitativo della giustizia tributaria e della sua indipendenza, così da avere un rapporto tra fisco e contribuente efficiente in ogni sua fase, non soltanto in quella di riscossione coattiva. 

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