L’agente MormoraSilvio, barbiere siciliano di Philadelphia: “in 44 anni qui, sempre straniero mai estraneo”

Voi lo sapete meglio di me che, a cominciare una cronaca tergiversando sulla colonna sonora, si fan delle gran brutte figure. Perché o sei uno che ne capisce davvero o altrimenti ti conviene rinunc...

Voi lo sapete meglio di me che, a cominciare una cronaca tergiversando sulla colonna sonora, si fan delle gran brutte figure. Perché o sei uno che ne capisce davvero o altrimenti ti conviene rinunciare al campo lungo sonoro. Eppure è inevitabile riempire questa stanza di musica, prima ancora che di senso. È, in fondo, quello che mi è capitato: entri da Silvio, il parrucchiere siciliano più stimato a Philadelphia, ed il salone in via Ventesima è imbottito di Sinatra. Ti tocca aspettare un turno e non devi distrarti, ti perderesti la filosofia di un intellettuale delle forbici. «Lo stai a sentire Frank? È la storia mia. Una volta che entri in America, così ti senti. Straniero e mai estraneo». Da quarantaquattro anni Silvio, con l’accuratezza parsimoniosa di un vocabolario, ha tracciato un confine deciso tra due termini che ad un cliente distratto paiono strusciarsi e confondersi, tanto s’assomigliano nel significato. Per lui lo straniero e l’estraneo son persone diverse, cugini alla lontana, popoli dalle identità distinte. Uno se ne fotte e l’altro no, uno è coinvolto e l’altro no, vivono entrambi un un Paese differente da quello in cui sono nati. E lui ha continuato a sentirsi siciliano in East Cost, niente epica e molto sacrificio. Ci è arrivato dopo aver fatto il militare a Cuneo, in ossequio allo stereotipo. Tutta colpa di uno zio che lo copriva coi suoi, quando al pomeriggio – anziché fare i compiti – si rifugiava nella barberia a spazzare per terra le chiome del paese e, più tardi, a sforbiciare con disinvoltura.

Tanto che la naia fu per lui una passeggiata, niente sforzi e battaglie simulate: gli si chiedeva di rasare crani ed ascoltare confidenze e divulgare pettegolezzi e recapitare lettere d’amore e sfumare basette. In America ci arriva per caso, al traino di una sorella innamorata che fugge prima di lui appresso allo straniero e mette al mondo qui il primo bimbo in terra yankee, costringendo tutta la famiglia ad una traversata: non sia mai che la gestante resti sola col pancione. Silvio mette radici, si sposa e apre bottega. Una delle più frequentate in zona Rittenhouse Square – che è come dire in Brera per i milanesi. Poi arrivano gli emissari di una catena che liquida una dozzina di esercizi commerciali per far spazio al megastore di stracci a prezzi stracciati. Silvio non si scoraggia, il suo marchio funziona. Riapre un salone con un collega appassionato di rasoi e biciclette. Ci potete ascoltare Sinatra e Renzo Arbore con tutta l’Orchestrina sua. È un affresco di emigrazione raccontato in una lingua che è miscellanea di intrighi dialettali e slang della Pennsylvania. Si impara l’umiltà e si discute di green cards, imbacuccati in questo mantello fatto di precisione semantica: stranieri ed estranei son persone differenti, e Sinatra canta di due estranei nella notte. Silvio canta invece di come, per esempio, un suo amico italiano, «nu figlio di buttana», traffichi in matrimoni farlocchi per giovanissime est europee, invaghitesi dell’american dream. È il mercato della cittadinanza che qui assume proporzioni preoccupanti. E, quello del trafficante di vecchi vedovi, non è un trucco neppure tanto creativo. Potreste addittura trovare delle inserzioni sui giornali.

E il giorno dopo capito alla cerimonia in cui gli stranieri ottengono la citizenship americana: naturalizzazione, si dice. Trentotto neoamericani, dall’Albania al Vietnam, in rigoroso ordine alfabetico. Un rito sacrissimo con le bimbe piccole in braccio alle mamme, i fagotti che piangono nei passeggini, gli anziani che si aggrappano ai bastoni, le fotocamere che s’inceppano sul più bello. Tutta una messa formale in cui ti insegnano: “Non aver paura di esser differente, questa è la terra delle occasioni, preoccupati solo di non essere stronzo”. Silvio mi aveva raccontato della sua, una ventina di anni fa o anche più. Con la cravatta che stringeva il nodo in gola. Cambia poco, con la green card residente americano lo sei già, paghi le tasse e godi di diritti, ottenere lo status di cittadino ti consente di votare e poco altro ancora: ma è un segno, e non si può disobbedire al potere dei simboli. In sala, d’un tratto, risuona la voce del cancelliere che chiede a tutti di rizzarsi in piedi. Parla un vecchio giudice, vestito di tutto punto, si morde le labbra, beve un sorso e si sistema la giacca. «Please never forget that every day you are surrounded by freedom and advantages unknown in few other countries. Never take them for granted». Prende poi a raccontare di un certo Salvatore Rubino – all’anagrafe fraintenderanno e lo registreranno come Theodore. Salvatore arriva dalla Toscana, alla dogana spiega di aver portato con sé dall’Europa due sole cose: le mani. Se vogliono, lorsignori, con permesso e tanto di reverenza, può fare lo spaccapietre. Ci mette tutta la teatralità di questo Nuovo Mondo a mimare l’atto del fracassare un sasso, giacché della lingua inglese Salvatore comprendeva a malapena gli echi. Lo prendono e lo mandano in una cava: capiva di marmo e granito, si lamentava spesso: «Questa roccia americana si sbriciola senza sforzo, dovevate venire a Massa, lì sì che si faticava».

Se permettete, qui dovremmo cambiare musica. Sfumare Sinatra ed accendere un silenzio violato solo dai singhiozzi. Non è granché come colonna sonora, mi rendo conto che son buoni tutti ad emozionarsi, ma alla consolle non c’ero mica io. Dopo questa tirata biografica, il discorso vira verso una solennità che spegne anche gli strilli dei bimbi eccitati e indisciplinati. «Cari miei, qui siamo tutti forestieri». Nessuno escluso, nessuno estraneo: Silvio aveva ragione ed ha fatto anche un ottimo lavoro coi capelli – nulla da eccepire, almeno per ora. Gli Americani, se oggi vi guardate intorno, non esistono affatto. «Son fortunato, io, ad aver avuto un background così strampalato – nonni italiani ed irlandesi, in fuga dalla povertà o dai regimi religiosi – questa misticanza di culture sradicate mi ha regalato un’identità completa e molti vantaggi – oh, non sapete quanti. Sappiate una cosa semplice: proprio voi, sì: voi, rendete grande la nostra Nazione». E qui tutti ci si guardava negli occhi, come a dire: porca miseria se è vero, se ne sono accorti anche loro. Mille foto, i documenti consegnati tra mani tremanti, le figlie afroamericane che scattano con l’iPhone e postano su facebook. Finisce tutto senza troppi giri di parole, con un distillato di sudore a stelle e strisce. Strizzato dentro una conclusione vibrante, che più ci pensi e più ti sembra vera. «Noi che vi diciamo benvenuti nel Paese delle libertà, noi che vi tendiamo la mano: non pensate che lo facciamo per altruismo. È tutto egoismo il nostro: vogliamo abitare nella Nazione più forte del mondo e la forza di questa Nazione siete voi».

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