(Es)cogito, ergo sumIn Italia chi non lavora…viene pagato: la (triste) storia del dottor Scopelliti

Nella mia personale filosofia di vita non avere rimpianti è un imperativo categorico, ma ci sono giorni in cui è inevitabile non fantasticare su come sarebbe stata la mia vita se avessi scelto di a...

Nella mia personale filosofia di vita non avere rimpianti è un imperativo categorico, ma ci sono giorni in cui è inevitabile non fantasticare su come sarebbe stata la mia vita se avessi scelto di andare a lavorare all’estero. Ogni scelta è un macigno che ti sbarra una strada ed io, al bivio tra le le due, ho preferito scegliere quella già battuta per scoprire, poi, che era disseminata di trappole.

Ora sono consapevole che restare in Italia è stata probabilmente la scelta sbagliata; se fossi partita, sicuramente adesso non starei qui a scervellarmi su come arrivare a fine mese, arrabattandomi tra articoli pagati quattro euro e novanta (lordi), bonifici promessi e mai arrivati, pezzi scritti gratis et amore Dei, eccetera eccetera.

Questi pensieri impertinenti si sono riaffacciati alla mia mente mentre leggevo le tristi vicende di Domenico Scopelliti, chirurgo maxillo-facciale, primario presso la Asl Roma E (Polo Ospedaliero Santo Spirito) che dal marzo 2011, insieme alla sua equipe, è stato vittima dei tagli alla Sanità operati dalla Regione Lazio e aspetta, ancora oggi, di trovare una nuova collocazione, così come previsto dal piano sanitario in questione.

Il dottor Scopelliti, un indiscusso luminare nel suo campo, con un curriculum pieno zeppo di riconoscimenti e insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica, in pratica riceve uno stipendio, in quanto dipendente statale, senza però poter esercitare la sua professione. Sicuramente l’incubo vissuto da questo medico coscienzioso incarna il sogno proibito di tanti italiani: essere pagati senza lavorare. Per il dottor Scopelliti, invece, questa situazione è talmente insostenibile che, dopo le false e reiterate promesse di trasferimento prima all’ospedale San Giovanni e poi al San Camillo, decide di rivolgersi al Tribunale del Lavoro che, nel maggio scorso, non solo gli dà ragione ma dice chiaramente che quel reparto, chiuso più di un anno prima, deve essere riattivato. A tutta risposta dalla Regione gli fanno sapere che la riattivazione non è possibile, ma che stanno “facendo una ricognizione dei posti vacanti per il trasferimento“.

Nel frattempo, i pazienti in lista che aspettano l’intervento sono ottantadue e, inutile dirlo, sono coloro che pagano in prima persona le conseguenze di questa scelta scriteriata. Domenico Scopelliti, in preda all’amarezza e allo scoramento, e soprattutto dopo l’inchiesta giudiziaria che ha travolto la Regione Lazio, sta seriamente meditando di trasferirsi all’estero, lì dove parole come correttezza, merito e amore per il proprio lavoro hanno ancora un senso.

Dunque, alla luce dei fatti, noi italiani dovremmo farcene una ragione: viviamo in un Paese in cui esiste chi lavora senza essere pagato, chi viene pagato senza lavorare (contro la sua volontà) e chi invece viene lautamente pagato facendo finta di lavorare e a chi gli domanda cosa faccia per vivere, con italica faccia tosta, può permettersi di rispondere: “Il politico“.