(Es)cogito, ergo sumNon c’è più la corruzione di una volta…

A febbraio, Tangentopoli ha compiuto vent'anni ma non è affatto finita, come dimostra l'ultima inchiesta giudiziaria che ha costretto alle dimissioni Renata Polverini. Sembra, anzi, essere una mal...

A febbraio, Tangentopoli ha compiuto vent’anni ma non è affatto finita, come dimostra l’ultima inchiesta giudiziaria che ha costretto alle dimissioni Renata Polverini. Sembra, anzi, essere una malattia congenita del sistema italico, una metastasi che cambia forma, difficile da debellare.

Come in ogni storia che si rispetti, anche qui c’è stato un inizio: una tangente di sette milioni di lire intascata da Mario Chiesa per l’appalto delle pulizie del Pio Albergo Trivulzio, a Milano. Allora sembrava niente e invece fece crollare nella polvere il Palazzo: politici, imprenditori, dipendenti pubblici. Memorie di immagini, volti e voci; tremila imputati, ogni dieci di loro: quattro condannati, quattro prescritti, due assolti. Indubbiamente numeri da capogiro.

Vent’anni dopo storie e dettagli sono sbiaditi dal tempo, ma il male resta lo stesso: la corruzione. Un Dna nazionale nel quale l’interesse pubblico prevale su quello privato: dalla ‘cricca’ Anemone alla vicenda Penati, dagli spaghetti al caviale di Lusi alle ostriche di Fiorito. Al di là del giudizio dei tribunali, si ripropone continuamente l’intreccio tra politica e affari, tra i fiumi di denaro pubblico che viene impunemente speso per togliersi qualsiasi sfizio privato.

Se allora i coniugi Poggiolini nascondevano milioni di lire nel pouf del loro pianoforte, oggi si usano i cospicui rimborsi elettorali per cene faraoniche e vacanze da sceicco. La sostanza è la stessa, cambiano solo le cifre. I mali di ieri sono quelli di oggi perché in questa sgangherata Seconda Repubblica non è mai stata fatta una legge anticorruzione e il finanziamento pubblico ai partiti sfugge ad ogni controllo. Fu abrogato nell’aprile del 1993 con un referendum promosso dai Radicali per venire soppiantato, pochi mesi dopo, da un rapidissimo aggiornamento della legge (già esistente) sui rimborsi elettorali, che di fatto calpestò la volontà popolare espressa dai cittadini nel referendum. In fondo siamo o non siamo la patria del gattopardismo?

Tangentopoli ha quindi lasciato un fronte aperto: la guerra dei vent’anni tra una parte della politica e la magistratura, che ha di fatto contribuito a generare l’antipolitica. Sì, perché la radice dell’antipolitica è proprio lì, in quell’aspettativa di trasparenza che da Mani pulite emergeva, ma che ad oggi non ha ancora trovato risposta.

Ora, però, quello che salta agli occhi è la differenza sostanziale tra coloro che, vent’anni fa, venivano beccati con le mani nel sacco e avevano, nella maggior parte dei casi, il buongusto di ammettere le proprie responsabilità e ritirarsi a vita privata, mentre oggi un Franco Fiorito qualsiasi può permettersi di affermare, con irritante protervia: “Sono pronto a ricandidarmi”.

Ciò dimostra, incontrovertibilmente, come in questo Paese anche la corruzione si sia notevolmente involgarita e questi goffi furfanti regionali altro non siano che l’involuzione cafona e burina dei politici della Prima Repubblica.

Certo, rubavano anche quelli, ma almeno lo facevano con classe e la classe, ça va sans dire, non è acqua. Ma nemmeno champagne…