Dialoghi semiseriDenunciando le regole, Renzi si intesta il partito aperto

È vero, i benpensanti storcono il naso di fronte all’ultima iniziativa della campagna di Renzi, che ha denunciato al Garante della Privacy le “nuove” regole delle primarie, che restringono notevolm...

È vero, i benpensanti storcono il naso di fronte all’ultima iniziativa della campagna di Renzi, che ha denunciato al Garante della Privacy le “nuove” regole delle primarie, che restringono notevolmente le norme di accesso alla consultazione per gli elettori del centrosinistra.

È un gesto inelegante, affermano alcuni. È dimostrazione di debolezza e nervosismo, di fronte a sondaggi che indicano come la campagna del sindaco segni il passo, dicono altri.
Se però guardiamo oltre la coltre di polemiche che ogni competizione inevitabilmente si porta dietro, vediamo che la realtà è un’altra.
Per la prima volta, le primarie si svolgono senza un vincitore predestinato. Per la prima volta, cioè, esse sono competizione vera, indice di contendibilità della leadership del principale schieramento politico italiano. Finora, esse sono state poco più che un rituale, catartico e festoso fin che si vuole, ma che comunque serviva a legittimare con l’investitura popolare il leader scelto dagli organi di partito o dalle negoziazioni tra alleati.
E l’investitura popolare è sempre stata netta e unvoca: Prodi nel 2005 vinse con il 74% dei 4,3 milioni di consensi totali espressi, Veltroni nel 2007 con il 76% dei 3,5 milioni di voti validi, Bersani fu scelto dal 53% dei 3,1 milioni di partecipanti.
A nessuno sfugge oggi che dei due principali contendenti in campo, Bersani gode di un consenso ampiamente maggioritario tra i circa 600.000 iscritti al PD, mentre Renzi prevale nella platea molto più ampia di elettori, simpatizzanti, e “delusi” del centrodestra, ex astenuti, aspiranti grillini.
E dunque convocare primarie che per la prima volta – a causa delle barriere all’entrata introdotte ad hoc per questa occasione – paiono più un rito riservato agli iniziati che non una prova di mobilitazione popolare e legittimazione dal basso, rischia di rivelarsi un pericoloso boomerang per il segretario del PD.
Se nonostante il gioco sporco, il cambiare regole a partita in corso, Bersani dovesse uscire sconfitto, la disfatta per lui, la sua linea politica e l’immutabile sistema di potere e alleanze interne che lo ha sostenuto sarebbe secca e definitiva. L’eventuale vittoria di Renzi segnerebbe finalmente anche nel nostro paese la fine del dopoguerra, spazzando via in un sol colpo insieme a tante cose negative anche l’eredità di una delle migliori culture politiche. Anche a chi apprezza la linea politica del sindaco di Firenze non sfuggono le incognite di un tale scenario.
Se invece dovesse prevalere il segretario, sarebbe inevitabile procedere ad una ulteriore conta, per verificare il peso relativo che i due candidati hanno ottenuto tra i partecipanti alla consultazione, ma anche il numero complessivo degli italiani che si sono recati alle urne.
Se questo fosse nettamente inferiore a quello delle tornate precedenti, sarebbe a tutti evidente che il risultato sarebbe inficiato proprio dalla questione di queste nuove, astruse e pedanti regole.
Ciò sarebbe un male non solo per Bersani, ma per l’intero centrosinistra, che si presenterebbe ad elezioni politiche difficili e incerte guidato da un leader che può contare su una legittimazione popolare nettamente minore che in passato, ottenuta tra l’altro tenendo fuori dalla porta tantissimi aspiranti sostenitori, rei solo di non voler sottoscrivere solenni dichiarazioni di amore eterno e magari di non voler fare molteplici file in fredde giornate invernali.
E dunque forse la mossa di Renzi, di denunciare formalmente regole ad personam pensate contro di lui, ne accentua la percezione di estraneità da parte dei settori più tradizionali del centrosinistra. Ma essa contribuisce a rafforzare l’immagine di un leader che guarda al futuro, aprendo la sua azione politica al contributo dei milioni di italiani che aspettano l’apertura di una fase nuova, che ridia dignità alla politica, al coraggio delle idee, al di là delle appartenenze e delle culture di provenienza, come già dimostrato dal fatto che sinora Renzi ha imposto temi, linguaggio e tempi della competizione.
Dall’altro lato, è evidente che chi ha consigliato Bersani di arroccarsi truccando il gioco rischia di aver fatto male i conti.
E ciò è tanto più vero a partire da oggi, con l’annuncio delle primarie del PDL, e l’inevitabile prossimo confronto tra il numero dei partecipanti alle rispettive consultazioni, oltre che tra le percentuali dei rispettivi vincitori.