Città invisibiliRiciclare invece che demolire (lo dice anche Wang Shu)

“Provate ad immaginare se a un certo punto qualcuno dicesse: Milano è troppo vecchia, non va più bene bisogna demolire tutto e ricostruire da zero. Cosa succederebbe?”. Parole pronunciate non da un...

“Provate ad immaginare se a un certo punto qualcuno dicesse: Milano è troppo vecchia, non va più bene bisogna demolire tutto e ricostruire da zero. Cosa succederebbe?”. Parole pronunciate non da un qualsiasi architetto di qualche ufficio tecnico sparso per l’Italia. Ma addirittura dal Pritzker Prize 2012, il cinese Wang Shu. Invitato alla Triennale di Venezia per una Lectio Magistralis, il quasi cinquantenne architetto, ha fatto il punto sul rapido processo di urbanizzazione in atto nel suo Paese. Ricordando che, oltre alle archistar occidentali chiamate a rifare lo skyline di Pechino e Shangai, esiste una corrente di progettisti che avversa l’idea che i propri territori possano trasformarsi avendo come modello Manhattan. Progettisti, come Lui, per i quali il recupero della memoria, il legame con il territorio, l’importanza delle tradizioni sono elementi fondanti.
Al bando i ritmi forsennati, la logica “illogica” della demolizione. Wang Shu lo sostiene da tempo. Da quando, si dedica al restauro di piccoli edifici storici (oggi tutti demoliti dall’avanzare dell’urbanizzazione). E contemporaneamente studia il lavoro degli artigiani che per lungo tempo, in assenza di un sistema professionale degli architetti, hanno fatto l’architettura. Nel 1997 quando insieme alla moglie fonda lo studio “Amateur Architecture” e inizia a lavorare al progetto di Biblioteca per il Wenzheng College di Suzhou, la sua sfida è di portare quella secolare esperienza negli edifici contemporanei.
“In alcune città storiche cinesi le demolizioni hanno superato il 90%. Questo fa perdere non solo la loro memoria, ma anche il nostro senso di tempo: guardiamo al futuro disorientati”, sostiene il progettista. Di fronte a montagne di macerie, quel che rimane della storia materiale del Paese, Wang Shu riflette. Giungendo ad una conclusione. Quei materiali, almeno loro, non possono essere perduti. E’ necessario riciclarli. Il Museo di Storia di Ninngbo, realizzato tra il 2003 e il 2008, è un gigantesco monolite rivestito con mattoni e tegole recuperate dalle case tradizionali in demolizione. Così la Ceramique House, la cui facciata è formata da vecchie ceramiche. Progetti per certi versi dimostrativi. Accolti con favore. Al punto che nel 2010 lo studio Amateur Architecture è stato invitato a progettare il Ningbo Tengtou Pavillon per l’Ningbo Tengtou Pavillon. Naturalmente, da costruirsi, ricorrendo a materiali di recupero.
Progetti che dimostrano rispetto per l’ambiente ma soprattutto per la propria storia. Elementi che, sfortunatamente, non sempre sono tenuti nel dovuto conto in Italia.

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