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Una settimana fa, commentando la notizia della condanna definitiva di Alessandro Sallusti a 14 mesi di carcere per diffamazione, invitavamo i lettori, tra le altre cose, a fare attenzione al suo ut...

Una settimana fa, commentando la notizia della condanna definitiva di Alessandro Sallusti a 14 mesi di carcere per diffamazione, invitavamo i lettori, tra le altre cose, a fare attenzione al suo utilizzo politico. L’editoriale del pregiudicato ci ha dato pienamente ragione, per l’attacco a testa bassa i suoi nemici, volto a riconfermare i dogmi politici di riferimento del berlusconismo. Seguendo l’ordine dell’articolo, ritroviamo infatti:

1- Il gioco sul significato delle parole, primo passo per modificare la realtà. Sallusti continua a straparlare dell’inesistente «reato di opinione», da censurare in nome della solita «libertà»: vai a spiegargli che la diffamazione è un reato specifico previsto dal codice penale con l’articolo 595 per tutelare la libertà di non essere offesi da frasi pretestuose volte ad addossarti colpe che non hai, tipo aver costretto una ragazzina 13enne ad abortire.

2- La fammighia si autoassolve. Sallusti ha giustificato il suo ritorno col bene placet dato ieri con un articolo ad hoc dell’editore, Paolo Berlusconi, neopromosso a garante della sua libertà. Ricordando come il Berlusconi minor aveva detto subito che avrebbe respinto le sue dimissioni (e allora perché lasciare per poi tornare indietro?), preme evidenziare come l’unica assoluzione valida sia quella concessa dalla stirpe arcoriana (in questo caso addirittura del fratello pregiudicato): un’assoluzione evidente di per sé, come direbbe il buon Bonaiuti. Come al solito infatti la legge valida per i comuni mortali (che – tra gli altri – lo stesso Berlusconi nei suoi anni di governo si è guardato bene dal modificare), quando si tratta dell’allegra combriccola, non conta nulla.

3- Siamo al centro di un complotto. Denunciando la tuttora in atto «guerra (in)civile dichiarata contro il berlusconismo», Sallusti sposta il tiro: ora non discutiamo più della sua colpa (hai avvallato la diffamazione operata dall’ineffabile Betulla facendo passare il suo delirante articolo?), bensì del povero Silvio e dei poverissimi berlusconiani. La guerra infatti non si è conclusa con la caduta del Cavaliere di ormai 11 mesi fa, ma prosegue contro i suoi sostenitori. Certo, bisognerebbe dire che Berlusconi sta sostenendo il killer Monti – esattamente come nel 1994 indicò Dini come successore – e che, proprio grazie al governo tecnico, ha evitato di essere «fatto fuori» politicamente dalle elezioni; bisognerebbe poi anche dire che Sallusti si è beccato quella pena per una diffamazione deliberata, non così, per caso. Ma ovviamente non si può, sennò crolla tutto.

4- La calunnia è il mio mestiere. Senza riferimenti precisi («Come diceva mesi fa un magistrato sul suo blog: una volta fatto fuori Berlusconi ci dovremmo occupare dei berlusconiani»), il di nuovo direttore de Il Giornale richiama una frase del magistrato Felice Pizzi, già al centro nel marzo 2011 di una campagna di stampa del quotidiano – qui trovate il suo editoriale; qui c’è invece la presentazione dello scoop di Anna Maria Greco – per alcune mail private scambiate tra i magistrati (ma la privacy vale solo per i loro amici indagati?) in seguito a uno dei tanti annunci di Berlusconi sull’imminente «riforma epocale» della Giustizia, mail definite «golpiste».

Peccato che la frase, almeno quella così brutalmente riassunta da Sallusti, non sia mai stata scritta, come conferma la lettura dell’articolo che riporta le testuali parole usate dal magistrato: «Ma il problema di fondo sono proprio loro, i cittadini. Quando lo zietto Berlusconi avrà tolto il disturbo, rimarranno comunque i suoi elettori, e non solo loro. I politici passano, la società civile (purtroppo) resta, e resta tale e quale, senza cambiare». Opinione – il cui diritto è riservato solo a Sallusti, come è noto – affatto violenta, difficilmente non condivisibile, soprattutto perché ha tirato in ballo anche gli altri elettori, non solo quelli del Pdl. Ma tant’è: la magistratura – ovviamente «rossa» – è golpista. Ergo, «Fuori le Br dalle procure».

5- Odio politico e personale vs partito dell’amore. «Sotto le non poche dichiarazioni di solidarietà che mi sono arrivate da sinistra continua a covare la brace dell’odio politico e personale. In Parlamento, sui giornali, sui blog, più o meno nascostamente, sono in tanti a fregarsi le mani e ad augurarsi nuovi provvedimenti nei miei confronti»: Sallusti, noto dispensatore di carezze e di buoni sentimenti (vedi punto successivo), sempre pronto a porgere l’altra guancia, si lamenta se qualcuno – ovviamente di una non meglio precisata «sinistra» – lo odia, augurandogli di pagarla per il suo modo di fare giornalismo al servizio di Berlusconi, il capo del partito dell’amore, quel sentimento che vince sempre sull’invidia e sull’odio.

6- Mai invocare le regole, logicamente inutili. Sallusti si chiede perché alcuni – generosamente definiti dal nostro San Francesco «veri vigliacchi», «piccoli uomini, per lo più frustrati da fallimenti personali che si ergono a maestri di giornalismo e di vita», in quanto noto esponente del partito dell’amore appena nominato – invochino l’Ordine dei Giornalisti, l’ente che, tra i cosiddetti «poteri di vigilanza», prevede come sanzioni, in ordine di gravità l’avvertimento, la censura, la sospensione e la radiazione, quest’ultima «diretta a sanzionare la condotta dell’iscritto che abbia gravemente compromesso la dignità professionale sino a renderla incompatibile con la permanenza nell’Albo». Già, che problemi può dare alla «dignità professionale» una condanna definitiva per diffamazione a mezzo stampa?regarsi le mani e ad augurarsi nuovi provvedimenti nei miei confronti».

7- Nessuno può dirsi eticamente superiore alla famigghia. Nessun berlusconiano può essere definito moralmente inferiore: Berlusconi ad esempio sarà pure un corruttore, un piduista, un frequentatore di mafiosi e un puttaniere, ma non per questo una persona che non ha mai avuto a che fare con la magistratura può permettersi di fargli la morale. La stessa cosa vale per i giornalisti del suo quotidiano. Senza ricordare le balle fotoniche di questa redazione, prendete qualche prima pagina della gestione Sallusti (quella sull’ultima vittoria italiana contro la Germania, oppure – per rimanere alle carinerie del partito dell’amore riservate ai teutonici – quelle dedicate direttamente alla Merkel e a tutti i tedeschi): avete qualcosa da ridire dal punto di vista etico? Non è forse giornalismo?

8- Quanto rivendico per me non vale per i nemici. L’ultimo spunto ce lo offre il ringraziamento al presidente del Senato Renato Schifani, che «sta prendendo a cuore la ricerca di una soluzione legislativa, cioè l’abolizione del carcere per i reati di opinione [sic, nda]». Che sia lo stesso Renato Schifani che ha querelato Marco Travaglio per diffamazione chiedendogli 1.750.000 € e ottenendo – giustamente, perché la battuta su muffe e lombrichi è una diffamazione, a differenza della ricostruzione dei suoi rapporti con personaggi dalla fedina penale non propriamente illibata – solo 16.000€ ? Miracoli del berlusconismo e dei suoi precetti, qui sommariamente rivisitati: dopo Sallusti, anche Schifani può rientrare tra i garanti della libertà di stampa.

ALESSANDRO BAMPA

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