WildItaly.netAgainst Homophobia

- Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale.-Lunedì mattina.Camminavo per i corridoi con la testa china, ignorando gli sguardi altrui.Guardavano con occhi indiscreti la mia camicia rosa...

– Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale.-

Lunedì mattina.

Camminavo per i corridoi con la testa china, ignorando gli sguardi altrui.

Guardavano con occhi indiscreti la mia camicia rosa, la mia camminata sinuosa e il filo di kajal che usavo per mettere in risalto i miei occhi neri.

Non si rendevano conto che tutte queste ironiche attenzioni mi facevano solamente tanto male.

«Occhi belli, ti sei scordato il mascara?!»

«Buongiorno donna mancata!»

«Giorgio, niente lucidalabbra oggi?!»

Mi prendevano in giro mentre passavo davanti a loro.

Io non volevo niente, io non chiedevo niente.

Me ne stavo per le mie, ma tutto ciò non bastava e le battutine continuavano fino a che non suonava la campana.

Anche i professori non riuscivano a tenermi al paro degli altri.

Erano impegnati a soffermarsi su tutti quei dettagli che per loro erano difetti come, ad esempio, il modo in cui gesticolavo ed enfatizzavo ogni parola durante le interrogazioni.

Quanto lo odiavano.

Quanto mi odiavano.

Francesco, il mio compagno di banco, non era ancora arrivato, anche lui aveva il mio stesso “difetto”.

Ci siamo conosciuti durante il primo anno, siamo cresciuti insieme e, inevitabilmente, ci siamo innamorati.

Ebbene si, eravamo una coppia gay.

Purtroppo non potevamo comportarci come tutte le altre coppie “normali”, eterosessuali perché se solo ci avessero visto baciare… La sospensione sarebbe stata inevitabile oppure, i nostri compagni di classe, ci avrebbero picchiato, come l’ultima volta.

Il tempo scorreva lento.

Finalmente suonò la campanella dell’ultima ora ed io mi precipitai fuori velocemente per non perdere il bus.

Arrivai a casa e la prima cosa che feci fu quella di comporre il suo numero.

«.. Risponde la segreteria telefonica del numero…»

Niente, non riuscivo a trovarlo o forse non voleva farsi trovare.

Avevo passato tutta la domenica a chiamarlo, ma la solita segreteria rispondeva minacciosa ad ogni mio squillo.

Francesco rispondi, che ti prende?

Passarono altri due minuti, ricevetti un messaggio:

«Non ce la faccio più, il mondo ci va contro e noi non possiamo fare niente.. Sarò un debole, ma non voglio essere deriso ulteriormente. Giorgio, è finita.»

Mi aveva lasciato.

Non mi voleva più.

Mi buttai sul letto in lacrime, lo sapevo che sarebbe finita cosi.

Essere catalogati come “diversi” faceva male anche a me.

Un colpo di vento fece spalancare la finestra della mia camera, sobbalzai spaventato.

Mi alzai, dirigendomi verso di essa per richiuderla.

Nella mia mente solo un pensiero: Come era potuto accadere?

Francesco aveva represso tutto il suo amore nei miei confronti.

Le gambe mi tremavano, gli occhi bruciavano.

Sarà stata la debolezza, l’amarezza, la frustrazione… Eppure ci volle un attimo.

Senza pensarci due volte, mi buttai. Un urlo e poi il buio.

– Roma. Ragazzo di 17 anni suicida per la sua omosessualità, buttandosi dal balcone dell’abitazione dove viveva con il padre. Secondo i genitori, il figlio, subiva violenze fisiche e verbali da parte dei compagni di scuola.

Giorgio era morto.

Omofobia.

Non si sente altro.

Non si parla di altro.

Nonostante le molte vittime, ancora in pochi conoscono il vero significato di tutto ciò.

L’Omofobia, letteralmente, è una persistente paura verso tutto ciò che riguarda la sfera dell’omosessualità.

Paura.

Definiamo anche questa parola: ” Sensazione di forte preoccupazione, di insicurezza, di angoscia, che si avverte in presenza o al pensiero di pericoli reali o immaginari”.

E’ questa la definizione che si limitano ad “affibbiare” a tutte quelle persone che odiano gli omosessuali.

Parlano di pericoli come se, essere di un altro orientamento sessuale, potesse danneggiare gravemente chi sta loro intorno.

L’ultimo a pagarne le conseguenze è stato Andrea, un ragazzo romano di soli 15 anni che si è tolto la vita davanti al fratellino.

Il popolo dei social network ha fatto sentire la propria voce di indignazione, creando eventi per commemorare Andrea e tutte le vittime dell’Omotransfobia.

Tra le iniziative che hanno avuto maggior risalto, c’è “Tutti in rosa.In segno di solidarietà con lo studente di Roma e contro l’Omotransfobia”.

Un fattore negativo, che ha influenzato molto, è l’ignoranza delle persone.

Criticano senza sapere chi siano in realtà gli omosessuali.

Non conoscono i loro sentimenti e le loro emozioni poiché non riescono a far parte della nostra quotidianità.

Tutto inizia tra i banchi di scuola, quando i ragazzi sono in continuano cambiamento, non avendo ancora sviluppato una loro “sessualità”.

Inutile negare che ci si mette veramente poco a passare dal “bullismo” adolescenziale al razzismo.

Tutto ciò è un incubo perenne che rincorre questi ragazzi giorno per giorno, ripetendosi, senza dargli tregua.

La stessa tregua che non è stata concessa neanche ad Andrea.

Viviamo con il preconcetto di avere una “mente aperta a 360°” e ne andiamo fieri, eppure si commettono ancora atti discriminatori verso chi è in minoranza, “il diverso”.

Mentre tutti si accaniscono contro qualunque forma di famiglia che non sia quella cattolica, organizzando manifestazioni come “No ai matrimoni gay”, queste persone continuano semplicemente a chiedersi come mai non possono amarsi, quale sia il loro peccato, quale legge stiano trasgredendo.

Quando vedono che queste domande rimangono lettera morta e che le loro parole, come sabbia trasportata dal vento, scompaiono dal dibattito pubblico, decidono di andare all’estero per trovare quella legittimazione che – un paese definito da molti “bigotto” – non può dargli.

Andrea si è suicidato a 15 anni.

Non riusciva a vivere sapendo che la società che lo circondava non lo accettava, lo riteneva un reietto.

Successe anche ad Oscar Wilde, il quale fu imprigionato perché colpevole di provare un sentimento sbagliato per un altro uomo.

Ormai funziona così nella società di oggi: devi fare, pensare, provare cose che non siano difformi dal pensiero dominante, da ciò che la società si aspetta da te.

Di fronte però a tanta ipocrisia e falsità che pervade questo mondo e considerando il fatto che, fino a prova contraria, ognuno di noi è dotato di un bene prezioso ed inalienabile che è il libero arbitrio, mi domando:

come si stabilisce cos’è giusto e cos’è sbagliato?

Cos’è giusto o sbagliato da pensare, da dire, da provare?

Forse allora aveva ragione George Orwell quando, in 1984, descriveva un futuro utopico dove verrà punito lo psico reato, il reato del pensiero, di avere un pensiero diverso dal resto della popolazione.

Capire, quindi, che la questione della Omotransfobia non riguarda solo la mera e becera sfera del razzismo ma comprende una diagnosi più ampia delle condizioni culturali di questa società, credo sia un punto da cui partire e che deve essere il pilastro per qualsiasi tipo di dibattito sull’argomento.

Che segnale si da quando si etichetta un uomo che ama un altro uomo come un “finocchio”?

Si da il segnale di una società che deve compiere ancora molti passi avanti.

Il problema è che, man mano che i giorni passano, il traguardo di una società più civile e tollerante si allontana sempre di più.

Chi è disposto quindi a rincorrere questo sogno?

MIRIAM SPIZZICHINO
per Wilditaly.net

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