Il mio recente articolo per Libertiamo sulle possibilità di accordi di pace in Palestina fa trasparire più ottimismo di quanto sia credibile averne. Il motivo è che l’obiettivo che mi ponevo era capire quali problemi “reali” – e per spiegare l’aggettivo servirà un lungo excursus – ci fossero nell’area, e cosa si potrebbe fare per la pace se gli unici problemi fossero quelli “reali”.
Cos’è un problema “reale”? Tucidide diceva che le guerre si combattono per “interesse, paura ed onore”: un problema reale è l'”interesse”, perché chi ha interessi contrapposti è in conflitto, se il conflitto si fa violento è guerra, e quando si trova una composizione del contrasto si ha la pace.
La “paura”, quando non è una forma preventiva di “interesse”, è la naturale constatazione che quando tutto è strumentale nulla è sacro, e quindi la fiducia è un rischio. C’è sempre, in guerra, perché è questione di vita o di morte: per capirlo basta leggere Erodoto. La paura rende le trattative più difficili, ma non impossibili.
Ma cos’è l'”onore”? Sembra un concetto antiquato, appartenente ad epoche passate. Ed è difficile usarlo per chi lancia razzi a centinaia contro civili, come Hamas. Meglio una parola simile ma con una connotazione meno positiva: “orgoglio”. Meglio ancora: “ostinazione”. Ancora un passo: “fanatismo”.
Le guerre si combattono per interesse, paura e fanatismo. Il tono apparentemente ottimistico dell’articolo è legato al fatto che ho discusso di interesse, lasciando ai margini paura e fanatismo. Se fosse solo una questione di interesse, il conflitto sarebbe già finito da decenni: una volta appurato che Israele era più forte militarmente, i palestinesi avrebbero accettato un loro Stato autonomo in pace con Israele. Il problema è proprio che il problema non è l’interesse.
Compatibilmente con la sua sicurezza Israele può avvantaggiare chi non commette attentati (Fatah) facendo vedere che dal punto di vista dell’interesse è una strategia migliore del terrorismo (Hamas), che va combattuto e reso il più possibile impotente. Ci sono margini per rendere possibile questo obiettivo, purché i responsabili palestinesi della Cisgiordania vogliano veramente un accordo.
L’articolo nasceva da una constatazione: pressoché tutti i cattivi argomenti e tutti le dimostrazioni di cattivo gusto (bell’eufemismo, devo dire, per i tanti che hanno inneggiato alla Shoah) provenivano dai difensori della causa palestinese. Volevo quindi approfondire la questione per ottenere buoni argomenti che fossero critici con Israele.
Mi è stato chiaro fin dall’inizio che a nessuno fregava niente della bontà degli argomenti, come a nessuno fregava niente in realtà dei civili che morivano in guerra, ma proprio per la totale mancanza di intelligenza e buonsenso che avevo notato nei dibattiti mi sono sentito in dovere di sforzarmi di produrre la migliore argomentazione pro-palestinese che potessi mettere per iscritto.
Da qui, l’articolo:
Per raggiungere la pace bisogna trovare un compromesso, e occorre studiare le rivendicazioni di tutti e ricomporle. Ciò non è sufficiente, ma è necessario: far fuori gli psicopatici, ammesso che sia possibile, non basta, se le persone sensate di entrambi i lati non giungono ad un accordo.
Pietro Monsurrò
@pietrom79