Storia MinimaI numeri delle primarie: la lunga attesa di un risultato che non si sa dove vada

Il conteggio dei voti delle primarie che si sono svolte ieri dice che improvvisamente siamo tornati indietro di molti anni, quando si doveva aspettare più o meno una settimana per sapere il risulta...

Il conteggio dei voti delle primarie che si sono svolte ieri dice che improvvisamente siamo tornati indietro di molti anni, quando si doveva aspettare più o meno una settimana per sapere il risultato definitivo di un confronto (in Italia l’ultima volta accadde nel giugno 1946 al momento della proclamazione ufficiale dei risultati del referendum istituzionale, quello che decise se l’Italia doveva restare una monarchia o diventare una repubblica).

Quella condizione di incertezza e di attesa, non tanto nei risultati, ma nella modalità di certezza della raccolta dei dati dice di un paese ancora profondamente frammentato; in cui le periferie sono molte e molti non riescono a parlare con un centro che forse non si sa dov’è.
Con una differenza fondamentale: che allora l’idea era che andare comunque a una costituente significava trovare molte risorse umane, energie, idee, voglia di confronto. Non mi sembra che sia la stesa cosa ora.

Non perché allora fossero più intelligenti o altruisti o pensassero al Paese. Semplicemente perché quello che li muoveva era un solo pensiero: qualunque cosa ci possa capitare domani non sarà così terribile così come quello che ci è capitato ieri.

La voglia di fare non nasce da grandi idee, ma dalla sensazione che indietro non si torna e che l’oggi non è il migliore dei mondi possibili, ma solo la condizione per crearlo. Ma anche dalla convinzione di essere a un bivio per davvero, dove anche rimetterci, è comunque un guadagnarci.

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