Little ItalyInchiesta Ilva, nelle carte la stampa “amica”. L’Ordine dei giornalisti ha ancora una dignità da difendere?

Nell’inchiesta sull’Ilva di Taranto ci sarebbero anche giornalisti “vicini” all’azienda. Da quanto emergerebbe dal fascicolo della procura, l’ipotesi è che abbiano ricevuto qualche tipo di favori i...

Nell’inchiesta sull’Ilva di Taranto ci sarebbero anche giornalisti “vicini” all’azienda. Da quanto emergerebbe dal fascicolo della procura, l’ipotesi è che abbiano ricevuto qualche tipo di favori in cambio di informazioni e articoli “addomesticati” sull’attività del siderurgico, soprattutto in tema di emissioni inquinanti e malattie tumorali collegate. Il caso è gravissimo e dovrebbe far riflettere al pari delle intercettazioni sulle presunte pressioni per ammorbidire controlli e controllori.

Coinvolgerebbe, infatti, anche una serie di giornalisti e tv locali, a dimostrazione di un confine piuttosto labile tra la libertà di informazione e i poteri forti, e che in provincia, in particolare al Sud, verrebbe aggravata da una vicinanza ancor più stretta, in alcuni casi letale se a pagare gli stipendi è la pubblicità delle stesse realtà imprenditoriali. 

Che cosa servirebbe ora? Che l’Ordine dei giornalisti, sempre che non abbia deciso di sopravvivere alla venuta dei Maya continuando solo ad incassare la quota annuale di 100 euro per iscritto, dia senso a quella legge sull’Ordinamento della professione di giornalista e a quelle norme di deontologia professionale che professa in ogni dove con lo stesso sonno che può provocare a chiunque batta sulla tastiera d-e-o-n-t-o-l-o-g-i-a p-r-o-f-e-s-s-i-o-n-a-l-e. 

Una strada, e il presidente Enzo Iacopino la conosce bene, potrebbe essere ad esempio togliere la polvere a quel passaggio della Carta dei doveri del ’93 secondo cui «il giornalista non può accettare privilegi, favori o incarichi che possano condizionare la sua autonomia e la sua credibilità professionale» e «non deve omettere fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione dell’avvenimento». Così, giusto per passare un pomeriggio diverso tra i palazzi romani e leggere sulle agenzie titoli come Giornalista X radiato dall’Ordine perché pagato da impresa Y, magari con camionate di pandori o cozze pelose a seconda dei gusti e delle regioni, che sarebbe pur sempre un sospiro di sollievo per molti che senza volto, con la propria storia e i propri limiti e magari anche in provincia, non hanno mai smesso di tener dritta la schiena andando avanti a 1 euro lordo a riga senza contratti fissi. 

Se per una volta non si decida di procedere con quel solito solletico ai polpastrelli costituito dall’«avvertimento», magari si faccia uno scatto di civiltà alla pari di quello che stanno facendo i magistrati. La «radiazione» collettiva dovrebbe risarcire quanti non hanno mai preso un euro da nessuno. Perché, se è vero quanto risulta alla procura di Taranto, cioè che qualche collega abbia venduto il proprio diritto di cronaca per coprire fatti soprattutto su diossina e tumori a favore di un’azienda con quel nome e con quei fatturati, sarebbe come minimo «incompatibile con la dignità stessa la permanenza nell’albo, negli elenchi o nel registro» di tali personaggi. 

L’Ordine della Puglia, che nei mesi scorsi ha chiesto gli atti alla procura, ha convocato per venerdì prossimo un consiglio straordinario. Nulla di rivoluzionario, è ordinaria amministrazione. Ma è possibile che l’Ordine nazionale, oltre a pensare a Walter Tobagi e Ilaria Alpi, o da ultimo a Alessandro Sallusti, non si occupi in maniera forte e chiara di questo bubbone che in concreto dovrebbe dire a tutti, magari partendo dagli ammalati del quartiere Tamburi, chi è che non racconta balle per mestiere?

Antonio Cederna, che di certo mercenario non era quando raccontava cos’era l’Italsider, definiva Taranto «una città disastrata, una Manhattan del sottosviluppo e dell’abuso edilizio». Era il 1972 e dopo 40 anni i magistrati tarantini potrebbero usare le stesse paroline per il giornalismo sui fatti dell’acciaio. Se l’Ordine ha ancora dignità e storia da difendere, oltre ai bollettini annuali d’iscrizione, tiri fuori le palle e segni un punto a favore della trasparenza: pubblichi online i nomi dei colleghi implicati nelle carte della procura. Ci sarebbe almeno uno straccio di sole nella città delle nuvole e dei veleni.
 

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