La Frusta LetterariaLibri fuori corso. “La bella di Lodi” di Alberto Arbasino

Un Arbasino giovane giovane, quasi all’esordio, con uno stile a metà fra il racconto naturalistico, da cui in seguito avrebbe preso mille volte le distanze, e la scrittura brada, leggera, molto “p...

Un Arbasino giovane giovane, quasi all’esordio, con uno stile a metà fra il racconto naturalistico, da cui in seguito avrebbe preso mille volte le distanze, e la scrittura brada, leggera, molto “parlata”, generazionale (ma con perfetto mimetismo linguistico) dei giovani esordienti di qualche decennio dopo. E un Arbasino fresco e vitale, con lo sguardo acuto sulla società e sul mondo della nostra Italia di provincia.
Sebbene il “romanzo” che abbiamo tra le mani rechi la data del 1972, in effetti è un rifacimento o una riscrittura del racconto dallo stesso titolo pubblicato su “Il Mondo”nel 1960 e da cui venne tratto anche un film con la regia di Missiroli (1963), di cui ricordiamo il faccino lolitesco e sensuale di Stefania Sandrelli, le giuliette per strada e le canzonette in spiaggia come nel “Sorpasso”di Risi.

È difficile disancorare il nome di Alberto Arbasino dalla magia e dal fascino irretente dei nostri smaglianti anni ’60, l’ultimo decennio in cui il futuro sembrava possedere ancora un avvenire. Se in Fratelli d’Italia l’ Italia di quel decennio trovava nella sua penna tutte le allure di un Paese non ancora cialtrone, fortemente in sintonia, nonostante i suoi “ritardi” storici e antropologici, col proprio passato illustre di mura ed archi, ritraente dei giovani colti ed eleganti a spasso per la Penisola, in contrade non ancora cementificate e periferie imbruttite dagli arredo-bagno, qui Arbasino allunga lo sguardo verso le roride terre native delle marcite e delle rogge, quelle della grassa Lombardia agricola, che oggi è quella di Gianpiero Fiorani e della Banca Popolare di Lodi coi Sik indiani nelle stalle al posto dei bergamini, e che ieri era quella descritta qui con rapidi e precisi tocchi (bellissima e penetrante in funzione di “impaesamento” del lettore, in puro stile “pensione Vauquer” di Balzac, la descrizione nel primo capitolo di questo milieu di facoltosi agricoltori).

Un mondo, dunque, di ricchi possidenti che vivono di agroindustria: terre e mucche, latte e robiole, magioni avite, speculazioni immobiliari a Milano, lauree abbandonate e lavoro in azienda, e grandi dimestichezze con le cifre più che con le lettere… Fitti discorsi, perciò, su capitali e rendimenti finanziari e tagli alle cedole dei BTP, e ritratti fulminanti di nonne e vecchie zie Giuseppine che si prendono delle “scottate in Borsa”: eh sì, l’attaccamento al soldo, ai dané che fan danà, è il basso continuo del racconto e occupa ogni discorso dei protagonisti sia diretto che indiretto (anzi tanto più i discorsi sono en passant – vedi le rapide allusioni alla tributaria e ai “contributi unificati”- più comprendi quanto siano sottocutanei ed ossessivi). “Tipico” dunque che di questa ragazza, di nome Roberta (che non resistiamo ad associare da un lato alla canzone omonima di Peppino Di Capri e dall’altro alla bella pigotta Beatrice, la “bella di Lodi” del Demetrio Pianelli di De Marchi), che trascorre la sua Grande Estate Italiana in Versilia scorazzandovi con un fiammeggiante MG rossa, “tipico” si diceva che non venga tralasciato il dettaglio “naturalistico” del grosso portafoglio da uomo, nero … gonfio di soldi che farà gola al “povero ma bello” amante raccattato in spiaggia.

Attraverso un dialogo molto fitto e molto “naturale” che fa tanto lacerto vivo di vita quotidiana più che romanzo marmoreo finito e rifinito (con un occhio però dal punto di vista letterario al dialogato della Compton-Burnett), con una narrazione semplice (rispetto alle straordinarie complicazioni intellettualistiche degli altri romanzi), con svelte proposizioni nominali ( “Un bel sabato ai primi di settembre”….” Animazione, movimento di fornitori e di servitori e un vivo trambusto”, “Interno di banca, marmoreo, ma con le cicale fuori”…come si vede quasi indicazioni di regia, didascalie da “trattamento” cinematografico), Arbasino porge la storia di questa giovane ricca lodigiana e della sua “stupidata al mare” – e dei successivi sviluppi un po’ da fotoromanzo-, col tipico ragazzaccio italiano “brutto/bello dritto/stronzo coi capelli lunghi e le braccia grosse, vestito come viene viene”, un Garbagnati Franco qualsiasi e per giunta meccanico… un proletario signùr signùr. Da qui la storiella agro-dolce, molto commedia all’italiana (par di vedere tra le righe del racconto qualche fotogramma con la faccia di Gigi Ballista) del testa-coda sociale e dello scambio denaro/sesso, quest’ultimo molto esplicito in alcuni punti e dovuto forse alla mano del 1972.

Dal punto di vista redazionale la scrittura nel sottofinale si scompone, perde il ritmo e la convinta intonazione realistica, acquista un altro passo; sembra che Arbasino non creda più alla sua storia e la volga perciò in parodia, boutade, consapevole kitsch (appare l’Arbasino espressionista e rutilante citazionista ), per ricomporsi nei due capitoli finali, quelli che preparano la frana dell’happy end dolciastro.

P.S. La disgrazia delle riscritture – e Arbasino si ostina a farne tante dei suoi lavori – è che le interpolazioni alla lunga si vedono, e, come nelle tinteggiature di imbianchini non molto provetti, le diverse “mani” saltano all’occhio: sicuramente fanno perdere all’insieme qull’effetto di pienezza creativa che ti dà l’unica, potente gettata.

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