Libertà è partecipazionePiù responsabilità individuale: così può ripartire il Sud

Durante tutta la storia repubblicana italiana si è sempre cercato di porre fine ai problemi che il meridione vive dall’età unitaria. La politica ha dato sempre le stesse soluzioni: invio di soldi p...

Durante tutta la storia repubblicana italiana si è sempre cercato di porre fine ai problemi che il meridione vive dall’età unitaria. La politica ha dato sempre le stesse soluzioni: invio di soldi pubblici, aumento della spesa pubblica e istituzioni controllate dalla politica (come la Cassa del Mezzogiorno). Le scelte sono state scellerate, perché il continuo uso di denaro pubblico ha fatto aumentare i casi di corruzione, le clientele e i problemi sono irrisolti.

Lo scorso settembre è stato diffuso il rapporto annuale dello Svimez: l’ente ci dice che il gap tra nord e sud è di circa 400 anni. Una situazione oggettivamente insostenibile per un Paese che vuole uscire dalla crisi economica, ma che soffre di troppe disparità tra i due blocchi. La soluzione non è nello stanziamento di nuovi fondi pubblici per aiutare le Regioni meridionali: il Sud deve investire nel capitale umano, nella libertà economica e nel merito.

Questi tre punti, nella maggior parte delle terre meridionali, sono sconosciuti: la logica clientelare ha sempre dato vantaggio a chi è in possesso dei “pacchetti” di voti, agli amici, alle aziende che garantiscono qualcosa in cambio del favore. E così il Sud si trova nella fossa che, di fatto, si è scavato da solo, grazie ad una classe politica (per la maggior parte) irresponsabile e un modo di pensare e agire masochista. Molti “terroni”, diplomati, laureati, che sviluppano le loro menti nel meridione sono costretti ad allontanarsi da casa per sentirsi realizzati e poter mettersi in gioco nel mondo del lavoro: il sistema del meridione non dà loro opportunità, ma difende le caste che sono formate da chi è riuscito a crearsi una strada grazie al “favore”.

Ma i problemi non finiscono qui. Si prenda, per esempio, la questione riguardante l’Ilva di Taranto. La situazione è degenerata per due motivi: il primo è che la politica non ha mai tentato di alzare la voce nei confronti dell’azienda (i dati sull’inquinamento erano inequivocabili), perché quello degli operai è un grosso bacino elettorale; il secondo riguarda l’azienda che si guardava bene dal spendere denaro per bonificare le aree più inquinanti. Lo stesso vale per il rigassificatore di Brindisi: dopo dieci anni di tira e molla, la British Gas ha lasciato la città pugliese. Le responsabilità? Sempre le stesse: una classe dirigente ignorante e bigotta è riuscita a convincere la popolazione che l’impianto fosse inquinante. Così, la Puglia ha perso l’occasione di occupare almeno mille persone e anche un investimento di centinaia di milioni di euro.

Per far “risorgere” il Sud c’è innanzitutto bisogno di una rivoluzione culturale che parta dal basso: i cittadini dovrebbero smettere di porsi sotto il ricatto dei politici, cercando di affidarsi a facce nuove che, anziché promettere mari e monti, facciano qualcosa di realmente utile, come, per dirne una, investire nella banda larga. In quest’ottica rientra anche il rapporto con la criminalità organizzata: il meridione convive da sempre con questo cancro e non si è mai riusciti a metterlo sotto scacco. La ricetta è semplice: informazione culturale e guerra ai collusi che operano nella politica, nella pubblica amministrazione e nel resto della società.

Per poter dare al Sud una nuova vita si deve lasciare da parte la logica del favore, del “conviene ora” ma che porta danni nel futuro. C’è bisogno di più libertà, di investimenti mirati, ad esempio nell’innovazione, di tagli nei settori dove c’è maggiore corruzione e della valorizzazione del merito. La strada è difficile, molto complicata, il cambiamento deve essere radicale e i primi a volerlo realmente devono essere i cittadini.

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