Tiè!Quelle immagini “imposte”

"Le parole che cadono dal video sono sempre antidemocratiche" diceva in quest'intervista Pier Paolo Pasolini a Enzo Biagi. Era il 1971. Lui che sosteneva il carattere, per natura, autoritario della...

“Le parole che cadono dal video sono sempre antidemocratiche” diceva in quest’intervista Pier Paolo Pasolini a Enzo Biagi.

Era il 1971. Lui che sosteneva il carattere, per natura, autoritario della televisione si mostrava limpidamente pessimista di fronte a un Biagi che cercava di estorcergli una speranza: “Lei non ha speranze?”, gli domanda a un certo punto il giornalista. E per tutta risposta, Pasolini gli risponde: “Non ho speranze, vivo giorno per giorno, non ho più quelle speranze che sono alibi”.

Sono andata a cercare quest’intervista dolente perché erano proprio le parole che non riuscivo a dire, congelate, avvizzite dentro, prima ancora di nascere.

Pasolini parlava quarant’anni fa. Cos’è cambiato oggi, con l’interattività e l’orizzontalità dei nuovi media? Moltissimo. Eppure il cuore della sua riflessione può ancora considerarsi “contemporaneo”. Sono più democratici di ieri i “messaggi” che inghiottiamo? C’è meno autoritarismo nelle immagini che affollano le nostre time line? Non credo.

Non lo è stata, ad esempio, la foto straziante dei bimbi palestinesi morti, uccisi nell’ultima strage a Gaza, che ha inondato le nostre bacheche: se avessi potuto scegliere, io non l’avrei vista. Non per dormire sonni tranquilli, non perché sia uno struzzo, un’ipocrita perbenista che vorrebbe tenere alla larga i drammi degli altri. Solo per proteggere un mio diritto: come faccio quando lavoro con le parole, ne interrompo la lettura quando mi provocano fastidio, chiudo una pagina se mi sembra volgare per la mia sensibilità. Dalle immagini non ci si può difendere. Come da una violenza che non ci siamo cercati noi e che, pure, siamo costretti a subire.

E tuttavia lo rivendico questo diritto destinato a non essere protetto: perché qui, sulla Rete, diventiamo automaticamente “esseri concavi”, e la forza che occorre per interrompere quel flusso talvolta indistinto – in cui vere informazioni si intrecciano a reali inutilità – non è uno strumento di cui siamo sempre dotati.

Ho amici israeliani, amici palestinesi, non ignoro le ragioni degli uni e quelle degli altri. E non discuto della necessità di osservare attentamente, e il più lucidamente possibile, questo conflitto antico. Ma ho come la sensazione che alcune immagini aggiungano dolore “gratuitamente”, ottenebrino le menti e i cuori, non siano dirimenti rispetto a una questione, ma la rendano – se possibile – ancora più caotica, ancora più “lontana”: chi lo dice che osservare dei bimbi morti sia un di più di libertà? Per me è il contrario e ha ragione Pasolini quando diceva: quando parlo qui, in tv, io sono costretto ad autocensurarmi, anche perché mi pongo il problema di chi è senza filtri e si potrebbe sentire ferito dalla mie parole.

Concludo citando il caso del post di Odifreddi, in cui il matematico e saggista paragonava Israele ai nazisti: dopo la sua pubblicazione, la Repubblica ha cancellato il pezzo e Odifreddi, sentendosi censurato, ha deciso di chiudere il proprio blog.

Tutto fila nella catena di azioni e reazioni. Ma c’è da aggiungere una postilla (che in realtà è una citazione): Odifreddi è “libero di parlare ovunque, purché io sia libera di non ascoltarlo”.