Versi impressiChe bello sarebbe un naufragio di successo (come quello di Baudelaire)

Anziché smanettare tanto su lastminute e volagratis per strappare vacanze esotiche a prezzi di saldo, sarebbe tanto più bello poter essere naufraghi di successo come Charles Baudelaire. Il quale, n...

Anziché smanettare tanto su lastminute e volagratis per strappare vacanze esotiche a prezzi di saldo, sarebbe tanto più bello poter essere naufraghi di successo come Charles Baudelaire. Il quale, nel 1841, viene strappato dall’odiato patrigno generale alla sua onesta attività di studente di legge nonché debosciato parigino, alle sue filles perdues (sesso) e al suo assenzio (droga) e al suo spleen (cazzeggio), e schiaffato sul Pacquebot des Mers du Sud, battello con destinazione Calcutta, così tanto per invitarlo a fare esperienze formative e salutari, e magari anche dedicarsi all’import export di roba del genere coloniale. Un film poi mai girato, perché la più perfetta e provvidenziale delle tempeste di cinque giorni e cinque notti al largo del Capo di Buona Speranza costringe il battello (impossibile non immaginarsi la ciurma ubriaca) a far rotta sulle isole Mascarene e gettare l’ancora in quel di Port-Louis, Mauritius, per un prolungato scalo tecnico. È il primo di settembre, e bisogna immaginarsi che il giovane Charles mica è partito la sera prima da Fiumicino facendo scalo a Dubai; no, è partito il 9 giugno ed è brasato fino a un delizioso sfinimento da «les langueurs des longues heures passées sur un divan dans la chambre d’un beau navire», infatuato del mare, delle onde, dei gabbiani, forse anche di qualche marinaio, nonostante il sostanziale isolamento, chissà. Insomma, finché non si tratta di studiare (o, peggio ancora, di lavorare), è uno ricettivo, il nostro. E così, quasi mezzo secolo prima di Paul Gauguin spiaggiato a Tahiti, anche il più celebrato poeta della decadenza incontra il suo paradiso per nulla artificiale sotto forma di Isola Maurizio. E giù spataffiate di parfum exotique, di vegetazione magnifique, di arcadia sur la plage, di sinfonie di frutta e verdura dirette dalle strepitose condizioni geoclimatiche di cui gode questo luogo benedetto (che figurarsi se fosse invece arrivato a Calcutta, con il caldo umido e le droghe che girano lì). E quelle passeggiate che lo portano nel paradiso del paradiso, il giardino di Pamplemousse con le sue squisitezze botaniche, fruttano non solo ripetute godurie naturalistiche, ma anche una conoscenza umana di notevole importanza: l’incontro col magistrato e proprietario di piantagioni locali Gustave-Adolphe Autard, con il quale entra in confidenza a tal punto da dedicargli con parole cavalleresche (Comme il est bon, décent, et convenable, que des vers, adressés à une dame par un jeune homme passent par les mains de son mari avant d’arriver à elle, c’est à vous que je les envoie, afin que vous ne les montriez que si cela vous plaît) un poema che celebra la bellezza della di lui consorte. Una «dama bianca» che diventa così la musa del primo esemplare di quella preziosa, sublime specie poetica che Baudelaire semina qui, «Au pays parfumé que le soleil caresse», e che tra esotismo ed erotismo coltiverà con grande intensità negli anni successivi: Les Fleurs du Mal.

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