MamboVescovi, giudici, tecnici e vecchi apparati in campo. L’unica novità? La rottamazione di D’Alema e Veltroni

Meglio farsene una ragione, non diventeremo mai un paese normale. Fra tecnici che si buttano in politica, vescovi che non smettono di farlo, magistrati che ambiscono al parlamento, per tacere di ta...

Meglio farsene una ragione, non diventeremo mai un paese normale. Fra tecnici che si buttano in politica, vescovi che non smettono di farlo, magistrati che ambiscono al parlamento, per tacere di tante altre cose, l’idea che il nostro paese possa avere una politica simile a quella degli altri paesi occidentali deve essere abbandonata. In questo quadro è bene evitare le solite giaculatorie su ciò che è giusto e ciò che non lo è. Lo dico innanzitutto a me stesso. Volto pagina da solo. E comincio con il rinunciare alla polemica sui tecnici che fondano partiti, sui vescovi che li benedicono, sui magistrati politicizzati. Osservo solo che in questo quadro non si comprende perché il tema dirompente delle primarie del Pd dovesse essere l’esclusione di D’Alema e Veltroni dal parlamento.

Fra tante new entry non si capisce perché proprio l’accantonamento di quei due dovesse essere il segno del rinnovamento. Penso che la politica sia un mestiere difficile che si impara strada facendo e che chi lo ha imparato, se ha i voti dei suoi elettori, dovrebbe continuare a fare. Nel caso dei due ex ragazzi di Berlinguer si è invece proceduto con tecnica sommaria. Sono stati immolati, e loro hanno fatto una scelta coraggiosa, in nome dell’antipolitica, il male oscuro della vita pubblica italiana. Vedremo chi Bersani metterà in lista nel famoso elenco dei protetti. Quando leggeremo quell’elenco apparirà sempre più chiaro che il Pd ha rinunciato a due esponenti di punta per favorire nomi esterni forse prestigiosi ma anche nomi interni voto-repellenti. Non voglio aprire polemiche. Penso che il compito dei vecchi sia di fare a cazzotti con il passato e di interrogarsi sul futuro lasciando ai contemporanei la cura dell’esistente.

Tuttavia non si può non restare increduli di fronte a processi sommari che hanno decapitato pezzi di storia, discussa e discutibile anche da parte dei protagonisti, come leggerete nel libro intervista che ho fatto con D’Alema, per favorire un nuovo che sa di vecchio. Forse anche Renzi ammetterà che sarebbe stato meglio per sé combattere in un partito che poteva disporre di tutti i suoi giocatori piuttosto che in un ribollire di candidature-civetta e di nomi di apparato. E’ andata così. Adesso occupiamoci dei programmi. Dopo la sbornia delle liste, gli elettori dovrebbero essere messi in condizione di sapere da chi ambisce a governare che cosa farà nei primi famosi cento giorni dopo il voto. Almeno questo copiamolo dalla Francia, dalla Germania, dalla Gran Bretagna, dagli Usa. E’ bene capire le differenze. Alcune stanno venendo fuori. C’è il museo degli orrori berlusconiano e c’è la furia iconoclasta di Grillo. Aspettiamo Monti e Bersani.

I loro apparati ci inviteranno a leggere ponderosi documenti e agende. Non basterà. Vogliamo sapere in poche pagine ciò che varrà fatto subito e ciò che verrà fatto dopo. Vogliamo i sì e i no. Vogliamo sapere che cosa spinge Monti a fare un partito e che cosa spinge Bersani a dire che la sua proposta è migliore. In queste settimane sono state e sono in ansia le famiglie dei candidati. Dedichiamoci fra qualche giorno alle ansie degli italiani. 

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