Storia MinimaVieira ha ragione, noi italiani il razzismo lo rifiutiamo solo se ci conviene

Ieri Patrick Vieira in un’intervista ha sconsigliato tutti i calciatori di colore che volessero avventurarsi nella penisola italica di sapere a quale mondo vanno incontro. “L’Italia - ha detto tra ...

Ieri Patrick Vieira in un’intervista ha sconsigliato tutti i calciatori di colore che volessero avventurarsi nella penisola italica di sapere a quale mondo vanno incontro. “L’Italia – ha detto tra l’altro – non vuole combattere il razzismo. Un calciatore nero che va a giocare in Italia deve essere preparato a ricevere gli insulti”. E dopo ha aggiunto: “Se si vuole combattere seriamente il fenomeno bisogna inasprire le pene. La soluzione migliore è la penalizzazione nei campionati e l’esclusione dalle coppe in Europa”.
Molti sono rimasti colpiti da queste affermazioni soprattutto per il duro giudizio sul mondo del calcio italiano, in particolare sul fenomeno del razzismo nel mondo del tifo calcistico.
A me, invece ha impressionato la corretta individuazione del meccanismo culturale. Ovvero la capacità, da parte di Vieira, di fissare in pochi tratti un meccanismo mentale. In quelle poche frasi, infatti, sta una fotografia corretta dell’antropologia dell’italiano. Per cui il razzismo non lo si rifiuta per convinzione, ma solo se ci si rimette.
E per quanto involontariamente mi son trovato a sovrapporle con altre che descrivono l’Italia del fascismo e che mi sembrano rispondere allo stesso principio.
La citazione è un po’ lunga, ma credo che ne valga la pena. Sono le righe di apertura dell’ultimo libro dello storico Luciano Canfora (Spie, Urss e antifascismo, Gramsci 1926-1937, Salerno editore, pp. 8-9) uscito in libreria la settimana scorsa. Il tema è fino a quando il fascismo ebbe il consenso di massa.
“Per comprendere la storia d’Italia di quegli anni – ovvero del fascismo scrive Canfora – bisogna saper affrontare con serietà il fenomeno principale che li caratterizzò: e cioè il processo di accettazione-assuefazione al fascismo. Si dice spesso che tale fenomeno si verificò soprattutto nel mondo intellettuale; ma forse non è del tutto esatto, o meglio è il frutto di un errore ottico: il mondo intellettuale, il mondo di chi scrive e fissa perciò stesso via via per iscritto la propria reazione agli eventi è più ‘esposto’ allo scandaglio dei posteri, in specie degli storici, per la semplice ragione che lasciò costante ed esplicita traccia di sé. Ma, quanto agli altri, è arbitrario immaginare una prevalente atmosfera o un o stato d’animo di rifiuto. Chi cerchi di individuare il momento in cui quel consenso si incrinò, e di lì a poco si sgretolò, tenterà di fissare delle date e e di assumerle, per via congetturale come spartiacque. Purtroppo per il nostro tasso di civiltà non furono certo le leggi razziali del ’38 ad intaccare quel consenso, e nemmeno, da principio, l’entrata in guerra, vista con incosciente ottimismo fino ai primi e poi sempre più incalzanti disastri. Fu allora col prolungarsi del conflitto, col crescere delle privazioni e dei lutti., e poi coi bombardamenti sulle nostre città, che cominciarono a cadere a precipizio le nostre illusioni: sia di chi, come ad esempio Cantimori, nel fascismo aveva creduto sul serio, sia di coloro che avevano a suo tempo determinato di prendere atto dell’esistente (Piero Calamandrei o Luigi Einaudi, ma la lista è lunga) e che perciò avevano ritenuto ovvio offrire l’apporto delle proprie competenze allo Stato, indipendentemente dal fatto che fosse lo Stato fascista, e riceverne adeguato riconoscimento.”

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