Amore senza confiniDalla Tunisia a Roma: il “Fumetto intercultura” per combattere i pregiudizi

Tutto è iniziato in Tunisia, a Douz, una piccola città a sud: Takoua si divertiva a disegnare sulla sabbia dorata del deserto, con cui Douz confina (è chiamata infatti “la porta del Sahara”) e riem...

Tutto è iniziato in Tunisia, a Douz, una piccola città a sud: Takoua si divertiva a disegnare sulla sabbia dorata del deserto, con cui Douz confina (è chiamata infatti “la porta del Sahara”) e riempiva in poco tempo i blocchi da disegno che sua madre le comprava. Da lì ha provato ogni tipo di arte, ma è con il fumetto che è stato quasi amore a prima vista. Una passione che l’ha portata a creare il “Fumetto intercultura”, attraverso il quale Takoua cerca di rompere il pregiudizi e trattare in modo ironico determinate tematiche, come l’esser musulmana (e velata) nella nostra penisola, il razzismo, la Palestina e lo scoppio della primavera araba.

Ma partiamo dall’inizio: Takoua Ben Mohamed, 21 anni, è diplomanda in ragioneria ed ora abita a Roma. Suo padre è scappato dalla Tunisia nel 1991, venendo in Italia come rifugiato politico e lei l’ha potuto riabbracciare grazie al ricongiungimento familiare solo dopo otto anni. “Ho cominciato a disegnare fumetti quando avevo 14 anni – racconta Takoua –: all’inizio per semplice hobby. Facevo volontariato in diverse associazioni e spesso disegnavo delle piccole storie sulle tematiche degli eventi a cui partecipavo. Disegnavo solo a matita, non avevo la tecnica che ho ora, ma vedevo che la gente li apprezzava, soprattutto per i contenuti. Questo, insieme agli incoraggiamenti degli amici e della mia famiglia, mi ha dato la spinta nel continuare su questa strada”.

Così Takoua ha cominciato a studiare le tecniche da autodidatta, aprendosi pian piano anche all’animazione vera e propria. “La maggior parte degli episodi che racconto nei fumetti – spiega – li ho vissuti in prima persona. Porto il velo dall’età di 11 anni, l’ho messo quasi in segno di sfida: era passato un anno dall’11 settembre e mi rendevo conto, girando per strada con le mie sorelle più grandi, di come fossero trattate male solo perché musulmane, e di come si desse loro delle “terroriste” senza nessun motivo”. Ma a parte questi episodi, l’integrazione di Takoua in Italia è avvenuta senza problemi: “All’inizio abitavamo a Valmontone ed ero l’unica straniera in tutta la scuola. Ero abbastanza coccolata sia dalla preside che dalle maestre e i miei compagni facevano a gara per farmi parlare, visto che ero timidissima. Forse solo quando ho messo il velo è capitato qualche episodio spiacevole, ma non dò troppo peso a quello che mi si dice. “Chi è chiuso nella gabbia di una sola cultura, la propria, è in guerra con il mondo e non lo sa”: è una frase di Robert Hanvey che ho fatto mia: penso che chi ha da ridire sul mio velo e mi dà della terrorista, sia solo un ignorante, qualcuno che non si vuole informare e resta solo nella sua gabbia. In tutti questi anni che lo porto ho imparato una cosa: non è tanto il portarlo, ma come lo si porta. Se lo porto con coraggio e convinzione, la maggior parte delle persone mi rispetta, ma se invece si nota la paura di essere discriminata per questo, allora può davvero accadere”.

Con il suo “Fumetto intercultura” Takoua ha fatto diverse mostre in eventi culturali e politici; alcune tavole sono state pubblicate nel libro “Il velo nell’Islam – Storia, politica, estetica” di Renata Pepicelli e nel docufilm “Al Qaeda! Al Qaeda! Come fabbricare il mostro in tv” di Luca Bauccio, regia di Giuseppe Scutellà. Anche Al Jazeera, che voleva girare un documentario sulla storia della sua famiglia, le ha chiesto di raccontare con un fumetto la sua infanzia sotto la dittatura di Ben Alì.

“Ho raccontato la primavera araba – prosegue Takoua –: anche se non ero in Tunisia allo scoppio della goccia finale della rivoluzione, ero lì quando il governo ha costretto mio padre ad andarsene perché era un rivoluzionario; ero lì quando hanno chiuso in carcere mio zio fino alla morte; ero lì quando mia madre si è dovuta prendere cura da sola di noi figli e i suoi genitori perché il governo non permetteva a mio padre di mandare aiuti economici alla sua famiglia; ero lì quando mia madre veniva chiamata in questura per farsi dire dove era suo marito”. Altri temi trattati, sono la Palestina e il razzismo: “Scrivo di Palestina perché penso sia il dovere di ogni essere umano, dedicare qualcosa per quel popolo oppresso, mentre tratto il razzismo in generale non solo per gli episodi vissuti in prima persona. Vedo come vengono trattati i neri, e non solo, negli autobus o in altre situazioni e questo mi mette rabbia, tutti i pregiudizi e il fatto che se qualcuno sbaglia, viene condannata l’intera comunità. Generalizzare non mi piace affatto”.

Takoua spera che i suoi fumetti possano in qualche modo mandare dei messaggi alla società e cambiarla dal basso: anche il fatto stesso che siano creati da una ragazza che porta il velo è un altro forte messaggio: “Mi piace molto la frase di Guy Maupassant “un’opera d’arte è superiore soltanto se è, nello stesso tempo, un simbolo e l’espressione esatta di una realtà”.

E per il futuro? “Vorrei entrare in accademia per fumetti e animazione e specializzarmi, cercare di fari strada in questo mondo e diventare una professionista”.

I lavori di Takoua sono visibili sulla pagina di facebook “Il fumetto intercultura – takoua ben mohamed”

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