L'Aquila Blog. Opinioni a confronto sui fatti che contanoGirlfriend in a coma sbarca all’Aquila, Emmott: qui troppa propaganda e ignavia

“This is not the end. You can change it”. Cala il sipario su questa frase il documovie “Girlfriend in a coma” (“La fidanzata in coma”) realizzato dall’ex direttore del “The Economist”, Bill Emmot...

“This is not the end. You can change it”.

Cala il sipario su questa frase il documovie “Girlfriend in a coma” (“La fidanzata in coma”) realizzato dall’ex direttore del “The Economist”, Bill Emmott e dalla giornalista italiana ma trapiantata a Londra, Annalisa Piras. “Questa non è la fine. Puoi cambiare la situazione”. Suona così, grosso modo la traduzione; poche parole cha racchiudono il significato del film-documentario: un’incitazione agli italiani a cambiare lo stato di crisi della società e del mondo politico che la governa. Il film di Emmott, un successo all’estero, non ha vita facile in Italia. Censurato dal Maxxi di Roma, dove avrebbe dovuto essere trasmesso mercoledì sera (bloccato dall’ex ministro Giovanni Melandri, oggi a capo del museo), è stato alla fine proiettato al teatro Sistina. Poi è arrivato all’Aquila. Sono queste le uniche due anteprime nel nostro Paese del documentario. A fare da “tramite” è stato Gruppo L’Espresso, che – in sinergia con il Centro – ha organizzato le due anteprime italiane.

IL DOCUFILM. Conosciuto per le sue critiche all’ex premier Silvio Berlusconi (è di Emmott il celebre titolo dell’Economist “Unfit”, riferito all’ex premier – ritenuto incapace di governare il Paese) e per la difesa a spada tratta e in più occasioni delle scelte dell’ad Fiat Sergio Marchionne, Emmott racconta, con l’aiuto della giornalista film-maker Piras, l’Italia di oggi: la sua crisi d’identità, economica, sociale. Parla della corruzione che si diffonde a macchia d’olio dai bassifondi ai livelli della governance, critica anche il “carattere” degli italiani, che si sono adattati allo stato delle cose. Si tratta di un viaggio che descrive le distorsioni «della corruzione istituzionalizzata, del crimine organizzato, del sistema politico clepto-cratico, dell’influenza perniciosa della Chiesa», attraverso interviste a 50 personaggi eccellenti. Tra loro: il regista Nanni Moretti, il giornalista e scrittore Roberto Saviano, il premier Mario Monti, la femminista Lorella Zanardo, l’ex commissario europeo Emma Bonino, oltre allo stesso Marchionne. «Naturalmente si parla anche del Sig. Bunga-Bunga che tante colpe ha avuto nell’accelerare il degrado degli ultimi due decenni», spiega Emmott intervistato da Marianna Gianforte. E L’Aquila, per Elmott, è un simbolo di questa crisi sociale, dalla quale «il Paese si deve svegliare». In tutto il film si respira un’atmosfera critica «che non nasce solo nel berlusconismo», commenta Emmott, in attesa che la proiezione del documentario cominci. «È l’ignavia di chi rifiuta di assumere qualsiasi responsabilità di cambiare le cose. Naturalmente – aggiunge Emmot – si parla anche del sig. Bunga-Bunga, Silvio Berlusconi, che tante colpe ha avuto nell’accelerare il degrado degli ultimi due decenni».

LE MACERIE. L’Aquila è il simbolo dell’Italia in declino «Sono già stato all’Aquila, ho visto il centro storico – racconta – tra l’altro dopo il sisma in Giappone e il relativo Tsunami, e ho visto subito la differenza. C’è un maggior senso di responsabilità in Giappone rispetto all’Italia. Esiste un maggiore consenso per salvare, riparare, ricostruire, prevenire dopo una catastrofe come un terremoto». In un contesto come questo «serve il coraggio di prendere le decisioni giuste», valuta Annalisa Piras. «Per questo, la proiezione all’Aquila è simbolica nella voglia dei cittadini di mettersi in rete e reagire».

IL TITOLO. Il titolo si ispira ad un successo musicale della band inglese The Smiths, dal loro disco Strangeways (1987). Rispecchia l’affetto di Emmott nei confronti dell’Italia – la “fidanzata” – e il suo dispiacere nel constatare l’attuale stato di paralisi del Paese. «Il senso di questo film è riposto anche nel grande amore degli autori per l’Italia, nella speranza che si inverta la rotta», commenta il direttore dell’Espresso Bruno Manfellotto, in un’intervista di Fabio Iuliano. «Quando abbiamo valutato l’ipotesi di proiettare il film all’Aquila siamo stati tutti d’accordo. Qui c’è tanto la buona Italia che si è subito messa al lavoro per ricostruire la città, quanto la parte cattiva capace di lasciare una città abbandonata a sé stessa».

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