L’accattoneCome fare un film psicologico con l’unica espressione di Ryan Gosling

Come un tuono, che avrebbe tranquillamente potuto fermarsi a un’ora e mezza senza per forza portarci in un’epopea di padri e figli non proprio necessaria, manifesta una psicologia attraverso i suoi...

Come un tuono, che avrebbe tranquillamente potuto fermarsi a un’ora e mezza senza per forza portarci in un’epopea di padri e figli non proprio necessaria, manifesta una psicologia attraverso i suoi personaggi che è di grandissimo interesse. Soprattutto – se vogliamo metterla in termini poveri – è una dimostrazione della potenza dell’immagine e di conseguenza del cinema. Delle scene di grande profondità psicologica scaturiscono dalla faccia da belloccio di Ryan Gosling che, francamente, potrebbe sprecarsi in un minimo di espressività, ma non importa: sono il montaggio e l’immagine che fanno il film e la sua densità emotiva.

Contrariamente a tutto quel cinema “nombriliste” (che si guarda l’ombelico), francese e italiano, che esteriorizza le emozioni non sapendo come renderle (gente che grida e piange per dimostrare la sua disperazione), Come un tuono, fa buon uso di qualche tradizionale effetto di montaggio e, sobriamente, ci fa penetrare nella mente dei suoi personaggi costringendo lo spettatore a dare lui stesso forma a delle emozioni che sono giusto suggerite e mai mostrate direttamente. Esempio: una psicologa parla con Avery Cross (Bradley Cooper), il poliziotto, e gli chiede se il fatto che il ladro che ha ucciso avesse un figlio della stessa età del suo non lo tocchi profondamente; la macchina da presa inquadra solo Cross mentre lei parla, lui non risponde, l’espressione del volto non cambia, è lo spettatore che inizia a porsi delle questioni e a sentirsi quasi colpevole. Di scene simili ce ne sono molte: sguardi, voci fuori campo e la colonna sonora di Mike Patton. Semplice, sobrio ed efficace.

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