Dialoghi semiseriL’Italia (in)giusta e l’immobilità della politica

Durante la campagna elettorale i dirigenti del PD ce l'avevano ripetuto in tutte le salse, a partire dallo slogan, “L'Italia giusta”: da una parte c'erano il bene, l'onestà, l'interesse del Paese, ...

Durante la campagna elettorale i dirigenti del PD ce l’avevano ripetuto in tutte le salse, a partire dallo slogan, “L’Italia giusta”: da una parte c’erano il bene, l’onestà, l’interesse del Paese, una classe dirigente pronta e all’altezza del compito. Dall’altra il suo contrario, ovvero corruzione, opportunismo, incapacità, l’interesse personale o di pochi sopra ogni altra cosa. Soprattutto c’era lui, Silvio Berlusconi, che con i suoi processi, la sua ricchezza sfacciata e dalle origini oscure, il suo stile di vita amorale era addirittura il male personificato, i cui elettori erano quindi nel migliore dei casi degli sprovveduti, nel peggiore dei poco di buono a loro volta.
Ah, e poi c’erano quegli altri, i pittoreschi epigoni dell’antipolitica, seguaci del “comico genovese”.
E a entrambi i gruppi ci si rivolgeva con l’atteggiamento di superiorità dei predestinati, tanto, si diceva, “tocca a noi”.
Cosa è successo dopo non è neppure il caso di raccontarlo (tra l’altro lo fa, proprio oggi e magistralmente, Germano Marubbi nel suo blog). Sono stati i quaranta giorni più degradanti della storia politica italiana, il Paese ostaggio dell’incapacità della sua classe politica di di individuare una direzione per uscire dalle secche della crisi o perlomeno di prendere atto di questa incapacità per affidarsi a qualcuno fuori dai giochi (già, ma a chi, dopo il fallimento dell’esperienza dei tecnici?). Soprattutto, siamo stati testimoni di un eclatante e repentino cambiamento di rotta.
Bersani e i suoi, che avevano impostato tutta la campagna PD sulla ontologica superiorità morale del partito, che del resto aveva ed ha nell’antiberlusconismo l’unico denominatore comune di un amalgama che ha gettato al vento ben presto le ambizioni della fondazione, così vicina eppure così lontana, dapprima si genuflettono al Movimento 5 Stelle (umiliante l’incontro con i grillini in diretta streaming), reiterando il proclama “mai con il PDL”, poi, di fronte all’irremovibilità di Grillo e dei suoi fanno cadere anche l’ultima trincea.
In rapida successione Bersani prima, Dario Fransceschini poi, infine Roberto Speranza (il trentaquattrenne neodeputato e tuttavia già capogruppo alla Camera, egli stesso simbolo della resa alla rincorsa al nuovismo, all’antipolitica, che già ha visto consegnare le presidenze dei due rami a due neo-eletti, provenienti da carriere estranee alla politica, in quello che potremmo definire il “parlamento dei famosi”) dicono che no, Berlusconi non è il male, ci si deve parlare, non siamo noi a scegliere i leader degli schieramenti avversari, Speranza va oltre, e bontà sua ci spiega che anche i suoi elettori danno voti che valgono quanto i nostri.
L’Italia ingiusta ha la stessa dignità politica di quella giusta, certificano i leader del centrosinistra sconfitto, anzi gli artefici stessi della sconfitta. E questo è certamente un sia pur piccolo passo positivo, del quale non si tirano però le uniche conclusioni possibili.
Siamo alle solite, infatti.
In tutte le democrazie che funzionano, i leader che falliscono la prova lasciano il campo ad altri, perché propongano linee politiche alternative e tentino di ottenere un risultato migliore dei loro predecessori.
Nei paesi dove questo meccanismo si blocca (e l’Italia è dolorosamente tra questi, come ci mostrano tutti gli indicatori, da almeno un decennio) i leader sono inamovibili, uomini per tutte le stagioni che accompagnano anno dopo anno il trascinarsi di riti sempre uguali a se stessi, nonostante il loro patrimonio di credibilità (l’asset strategico fondamentale per chi ricopre incarichi di vertice) si riduca progressivamente sino ad azzerarsi.
In questi quaranta giorni tutto è cambiato, tutto è rimasto come prima. O forse no, dal 25 febbraio l’evento al quale sono insensibili destini e carriere dei leader non è più la sconfitta, ma la “non vittoria”. E tutti noi sottostimiamo la pericolosità di una situazione in cui la leadership politica è in mano a leader ormai privi di legittimazione concreta al comando, e dunque impossibilitati a compiere le scelte urgenti e coraggiose di cui l’Italia ha drammaticamente bisogno.