Out among the EnglishCronache della guerra infame (Salone del Libro 2013)

Ore 10,00 circa. L'impatto con il Salone deve essere sempre, in qualche modo, traumatico. Perché in fondo, per quanto io aspiri allo status del cronista scomodo, le calche non sono proprio la mia ...

Ore 10,00 circa. L’impatto con il Salone deve essere sempre, in qualche modo, traumatico. Perché in fondo, per quanto io aspiri allo status del cronista scomodo, le calche non sono proprio la mia condizione ottimale. E qui la calca è dappertutto. Il venerdì è la giornata delle scuole – ricordavo lunedì, ma sbagliavo – e alla maggior parte dei ragazzini, diciamocelo, dei libri non frega niente. Gli editori o gli addetti agli stand, che ieri pomeriggio erano quanto di più disponibile e posato ci fosse, oggi sono sudati e nervosi, sorridenti ma solo per una squisita forma di cortesia autoimposta. Per quelli che conosco meglio mi spiace, e cerco di metterli quanto più possibile a loro agio, per gli altri mi sembra di non poter fare nulla.

Ogni anno, prima del salone, un numero variabile di editori indipendenti annuncia che non parteciperà, salvo poi fare un passo indietro negli ultimi giorni ed essere presente in pompa magna alle aperture dei cancelli il giovedì. Quest’anno mi pare che qualche buco ci sia, anzi mi sembra che alcune aree dei tre padiglioni occupati dalla fiera siano proprio sguarniti e che gli spazi vuoti siano incolmabili. Non basta, a mio avviso, uno stand di Unieuro – Unieuro? – a supplire alla mancanza di Indiana, indubbiamente una delle mie case editrici preferite, indipendente, nata non da molto e fedele alla propria posizione. Un’amica mi fa notare che, a coprire molte delle lacune, ci sono vari stand culinari, magari ce n’era bisogno. Di nuovo mi è difficile determinare dove stia la crisi, se nei piccoli editori che sempre di più cercano di fare fronte comune – NEI (Nuovi Editori Indipendenti) è un ottimo esempio, ma quest’anno a apparire accorpati sono anche 66thand2nd, Nutrimenti e La Nuova Frontiera e alcuni editori per ragazzi – o nei grandi gruppi dagli stand radiosi ma dalle proposte poco invitanti – l’area dei libri del neo Papa Bergolgio, davvero? In una delle vetrine Mondadori capeggia un’edizione del Grande Gatsby, dall’aria piuttosto arrivistica.

Ore 11,00. Apprendo che il Quatar si sta comprando mezza Milano, ma la notizia mi passa sotto il naso di sfuggita e non ho tempo di assimilarla.

Ore 11,30. Non c’è niente da fare, nell’ambito della guerra infame io mi sento generalmente più vicino ai piccoli editori – soprattutto se fanno cose esteticamente molto belle, come Hacca – che ogni anno comunque ritornano e non sembrano dare niente per scontato. È una questione di simpatia, credo, e ammetto che non si basa su nessun dato oggettivo, ma il fatto di venire accolto allo stand direttamente da chi ha inventato la propria linea editoriale, cura l’estetica e i contenuti dei libri che espone e sa cosa significa vivere in redazione, mi conforta. Non è pensabile che un editor Rizzoli o Sperling & Kupfer stia al banco vendite, e non lo pretendo, ma sono un fan dell’approccio caldo e amichevole di chi ha voglia di raccontare quello che sta vendendo – e va da sé, conta sull’interessamento del pubblico per il proprio sostentamento. Un lettore vale uno, e va guardato negli occhi e convinto personalmente, per essere sicuri che poi tornerà.

Quello dell’approccio al lettore è, naturalmente, un argomento delicato, ma cardine della questione editoriale. Il fatto che i grandi gruppi, ora più che mai, siano distanti dal proprio pubblico, sembra un’opinione largamente condivisa che serpeggia in praticamente tutti gli ambienti del Salone. È come se la spaccatura si fosse fatta così netta da essere difficile da ignorare, i lettori che si aggirano per le librerie dei grossi marchi, oggi hanno l’aria di pizzicare qui e là, più che di essere convinti di quello che stanno comprando. Un amico, titolare di una piccola casa editrice, mi dice questo, riferendosi a un grosso spazio espositivo tutto sfavillante: «quando finalmente noi non ci saremo più, loro non avranno il coraggio di fare i nostri libri». È una frase che non capisco fino in fondo, ma che mi piace e mi sembra, in qualche modo, significativa per la condizione a cui sto assistendo.

Ore 12,30. Finisco per mangiare nel lounge espositori, dove la birra artigianale costa relativamente poco e non è affatto male.

Ore 14,00. Birby definisce l’editoria un bene irrinunciabile, può darsi che abbia ragione, ma l’aria che tira è quella di una rinuncia segnata.

Ore 15,00. Uno degli ospiti che più sono impaziente di conoscere è Cedric Villani, autore de Il teorema vivente, per Rizzoli. Ho avuto la fortuna di leggere il libro – sostanzialmente la cronaca romanzata delle vicende che hanno portato l’autore a risolvere un teorema irrisolvibile e vincere la medaglia Fields, scritta con una passione così pura che anche le equazioni matematiche, riportate fedelmente, suonano estremamente poetiche – in francese e mi sono documentato sul personaggio, un dandy geniale e stralunato, bello e passionalmente, estremamente umano. Sono piuttosto emozionato all’idea di incontrarlo e non so cosa gli dirò – non so se avrò il tempo per dirgli niente in realtà. Intanto recupero l’edizione italiana, che non avevo mai visto prima e ha una copertina rosa e magnifica.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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