Buona fame!Il sindaco democratico che all’Italia (ancora) manca

Emanuel Rahm, classe 1959, primo cittadino di Chicago, ha recentemente chiuso 54 scuole. Avete letto bene, cinquantaquattro, e le ha chiuse perché davano scarsi risultati educativi a fronte di cos...

Emanuel Rahm, classe 1959, primo cittadino di Chicago, ha recentemente chiuso 54 scuole.
Avete letto bene, cinquantaquattro, e le ha chiuse perché davano scarsi risultati educativi a fronte di costi valutati eccessivi dell’amministrazione comunale.
Rahm non è nuovo a decisioni forti e il suo carattere risoluto è ben conosciuto tra i democratici. Sì perché Rahm è un democrat, non un pericoloso membro dei tea parties, non chissà quale reazionario della destra stars&stripes nell’America profonda. Anzi, per dirla tutta, è molto vicino al presidente Barak Obama, dopo aver lavorato alla campagna di Bill Clinton.
La sua decisone può sembrare semplice ma, chiunque si occupi di queste tematiche, sa quanto siano difficili e controverse certe scelte. Ovviamente i sindacati degli insegnanti si sono levati prontamente, promettondo battaglia per impedire la seconda rielezione del sindaco.
Fin qui la Chicago di E.R. e di Michael Jordan. Fin qui l’America.
Ma se pensassimo, anche noi, come il sindaco democratico di Chicago, di chiudere qualche scuola che non funziona? Ovviamente, costruendo prima un percorso di valutazione assodato e condiviso: in Italia nessuno si può permettere di valutare nessuno, figuriamoci nel mondo scolastico.
Magari potrebbe essere utile – per gli studenti e i loro risultati formativi – chiudere le scuole che, nel tempo, continuano a dare risultati pessimi nei test PISA o INVALSI, senza che vi siano ragioni, per così dire, ambientali, come il fatto che un istituto si trovi in un territorio socialmente disagiato, dove l’apprendimento venga ostacolato, o reso difficile, da fattori esterni.
E dunque, non potrebbe essere meglio per gli studenti essere inseriti in contesti scolastici diversi, con risultati molto migliori? Non potrebbe essere di giovamento innanzitutto a loro, al loro diritto di imparare, di avere buon scuole, di crescere nel migliore dei modi?
E gli insegnanti? Non potrebbe essere utile, anche per loro, fuggire un contesto che per i motivi più diversi non consente di lavorare bene, non spinge a migliorarsi, non incoraggia a impegnarsi e andare a insegnare in un contesto di qualità maggiore, e avere docenti più preparati e motivati, come colleghi?
Last but not least, potrebbe essere pensabile ipotizzare soluzioni simili, in questo Paese, senza passare per biechi liberisti, animati dai peggiori sentimenti verso la spesa pubblica ma, al contrario, essere considerati riformisti?
Insomma – ed è davvero l’ultimissimo interrogativo – si potrebbe pensare di riscrivere questo post, togliendo i tanti, troppi diplomatici interrogativi di cui è ora disseminato?

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