L’agente MormoraMatteo Renzi e l’abuso della locomotiva

Non sentivo dire “locomotiva” da quando andavo alle elementari o alle materne. Io, da piccolo, già mi piacevano la politica e soprattutto le parole: è vero che i bambini son proprio capaci delle pi...

Non sentivo dire “locomotiva” da quando andavo alle elementari o alle materne. Io, da piccolo, già mi piacevano la politica e soprattutto le parole: è vero che i bambini son proprio capaci delle più assurde nefandezze. Che poi, sia chiaro, per me la politica (non credo la chiamassi allora col nome suo di battesimo) era una cosa semplice semplice: un palchetto di ferro arso dalla ruggine con quattro assi di legno, issato sotto la finestra del sindaco nella piazza del paese mio. C’erano sempre un microfono scassato e una lampadina che rubava l’elettricità dal Circolo Anziani Polivalente che occupa ancora oggi cinque o sei stanze della casa comunale. A volte una bandiera tricolore.

Pur essendo un paesino da quattromila anime, il mio, costituiva una tappa irrinunciabile delle carovane di sottosegretari panzoni i cui emissari cittadini smaniavano per accaparrarsi – specie negli ultimi giorni di campagna elettorale – le fasce orarie migliori. C’è un rito abbastanza singolare all’occorrenza: il sorteggio degli spazi è addirittura di competenza del comando locale dell’Arma di Carabinieri (il paese mio è talmente piccolo che manco una caserma tiene e quindi bisognava andare nel comune accanto – non che fosse molto più grande – però almeno c’erano i carabinieri. Che da noi venivano solo per le processioni e stavano accanto al sindaco o al santo, sempre equidistanti o equivicini).

Ora, lo capisco perfettamente: che della mia infanzia difficile proprio non ve ne frega nulla. Ma oggi, quando all’AraPacis a Matteo Renzi è scappato detto: «l’Italia tra dieci anni tornerà ad essere locomotiva d’Europa» presentando il suo nuovo libro ‘Oltre la rottamazione’, ho avuto la mia piccolissima madeleine. La folla in piazza, le Renault con gli altoparlanti collegati alla batteria, si avvisa la cittadinanza che questa sera in piazza Municipio si terrà un pubblico comizio del candidato sindaco, la colla di farina, i litigi per colpa di quelli che sforavano di dieci minuti, gli applausi sulla fiducia ogni volta che a qualche oratore inopinatamente scappava di strillare, i luogotenenti potenti cui, mentre salivano i gradini del palchetto, presentavano i candidati che, da lì in poi, sarebbe stati «amministratori perfetti e compaesani perbene».

Oggi, che pure Matteo ha sorteggiato dal catalogo della riffa lessicale protosecondorepubblicana una sua “locomotiva d’Europa”: mi son ricordato di quando mia mamma che aveva mia sorella nel pancione ascoltò un comizio in piazza accomodata nella Fiat Tempra grigia di papà ché, a stare in piedi, si stancava. Non mi ricordo per cosa si votava, ma era una delle prime volte in cui – prima dei comizi – c’era pure la musica. E c’erano in strada le luminarie postume della festa del santo patrono che un candidato vittorioso aveva generosamente tenute accese per la sua festa. Mi ricordo pure che, sempre per questo fatto strano che mi fotteva la curiosità, ogni parola che non capivo chiedevo cosa volesse dire alla mamma. Ci son state delle volte in cui mia madre, dei comizi, al massimo è riuscita a capire i saluti introduttivi.

“Locomotiva”, quando ero piccolo, lo dicevano più o meno tutti. Era proprio in voga, che se uno non diceva “locomotiva” sembrava che avesse rinunciato a farsi votare dal grumo di astanti. E, secondo me, i politici che lo andavano ripetendo dovevano pure averla sentita dire in qualche convegno o scuola quadri organizzati altrove, ché nella provincia nostra la locomotiva è posta – ancora oggi – a traino di un intercity tutto puzzolente carico come un bazar che ci mette dodici ore di notte per arrivare a Milano. Quindi, un “locomotiva” pronunciato nella piazza del paese mio aveva (spero possiate mettervi nei nostri panni di popolo periferico) una forza evocativa strabiliante. Tanto faraonica e illusoria che ora non ci crede più nessuno. Al concetto, alla ferraglia. Locomotiva non vuol dire niente, da noi.

Per cui, quando oggi Matteo Renzi a Roma ha detto: «l’Italia tra dici anni potrà essere locomotiva d’Europa» ho sperato per un istante che proprio si fosse confuso. Che pure lui, da giovane, andava ai comizi in piazza a Firenze e sentiva i viceministri che promettevano ciuf ciuf per tutti. Per carità, contro l’obsolescenza delle immagini poco possiamo fare noialtri. Forse, addirittura, la sopravvivenza ventennale del concetto è per molti un elisir di giovinezza. Questo. E niente più. Per cui «tornare ad essere locomotiva d’Europa» – benché io non mi ricordi se mai in passato lo siamo stati – è quasi un monumento al comiziante ignoto. O, voglio sperare, una citazione tripla carpiata che tenga insieme il paese mio, Francesco Guccini e Castelli di Rabbia di Baricco. Come ho fatto a non pensarci prima?

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