Buona fame!Perché la scuola dei genietti non fa male a nessuno

  "I migliori alunni, quelli con grandi potenzialità cognitive, vanno riconosciuti, aiutati e sostenuti dalla scuola e dalla famiglia e vanno loro offerte le opportunità più complete di istruzione...

“I migliori alunni, quelli con grandi potenzialità cognitive, vanno riconosciuti, aiutati e sostenuti dalla scuola e dalla famiglia e vanno loro offerte le opportunità più complete di istruzione e formazione”. Qualche giorno fa, così si è espressa l’assessore all’istruzione della Regione Veneto, Elena Donazzan, alla presentazione del progetto sperimentale “E.D. Education to Talent” che ha l’obiettivo di riconoscere e valorizzare, nella scuola e nella famiglia, i bambini ad alto potenziale cognitivo.

Non è usuale che in Italia si prendano iniziative per i gifted students, cioè gli studenti con QI, quoziente intellettivo, elevato, consentendogli di avere percorsi educativi dedicati e che meglio si adattano alle loro esigenze di crescita.

Non vogliamo qui entrare nel merito delle proposte che vengono fatte in questo particolare caso, ma ci pare cruciale sottolineare come sia un importante passo avanti nelle politiche che un’istituzione pubblica si prenda carico di questo tema.

Viviamo costantemente in un sistema che ha paura delle diversità e teme le differenze, soprattutto quelle verso “l’alto”. Culturalmente, ancora oggi, in Italia non sembra accettabile che qualcuno grande o piccolo possa avere talenti superiori agli altri e come tale vada accompagnato con percorsi disegnati per le sue esigenze.

Ci aspettiamo anzi che qualcuno parli delle differenziali “alla rovescia”, ricordando la stagione in cui in Italia, nella scuola dell’obbligo, vigeva appunto una differenziazione del percorso scolastico, per cui si riunivano in una classe i casi problematici, dall’handicap al ritardo cognitivo, allo scopo di dedicare a quei bambini un insegnamento ad hoc. Un’idea forse buona ma che creò inevitabilmente dei piccoli ghetti e che in seguito fu superata dal sostegno individualizzato (talvolta spalmato, di fatto, su più alunni, ma questa è un’altra storia).

Probabile, quindi, che i progetti di valorizzazione anche precoce dei talenti, vengano mal accolti e additati come “ghetti dorati” per bimbi superdotati.

Sarebbe l’ennesimo errore di un’Italia che, andando a rimorchio di un egualitarismo sempre più stanco, ha finito per deprimere la scuola, quella dell’obbligo in primis.

La costruzione di una classe dirigente di un Paese passa invece anche dalla capacità di costruire percorsi che offrano esperienze e occasioni educative che possano diventare un bagaglio per la vita da adulto. Più sarà chiaro di aver ricevuto dal proprio percorso educativo e più ci si renderà disponibili in un give back, la famosa restituzione allo Stato di quanto ricevuto, che tanto latita.