KodeuropaRegolamentare il lobbying. Italia-Europa sola andata?

Il servizio delle Iene sulla (presunta) pratica portata avanti da grandi multinazionali di pagare parlamentari italiani nelle commissioni chiave (a quanto pare in base a un tariffario specifico) ha...

Il servizio delle Iene sulla (presunta) pratica portata avanti da grandi multinazionali di pagare parlamentari italiani nelle commissioni chiave (a quanto pare in base a un tariffario specifico) ha scatenato un putiferio. Tra gli addetti ai lavori, ovvio. Su cosa sia il lobbying in Italia hanno scritto in tanti, troppi da elencare. Si rimanda ai lavori di Pier Luigi Petrillo e, per un’ottica più leggera, al recente volumetto di Massimo Micucci e Santo Primavera, Trafficante sarà lei, titolo in polemica con una proposta avanzata quest’estate sull’istituzione del reato di traffico di influenze, non poco penalizzante nei confronti della categoria dei relatori istituzionali.

Il lobbying non regolamentato italiano è diverso da quello europeo. Fabio Bistoncini, a capo di FB & Associati, esorta dal suo blog a prevedere regole per la professione in maniera da non dover rischiare di finire nella bolgia degli appestati dalla malattia della scarsa informazione. E il modello? Sempre Bruxelles, ovviamente. Dove esiste un Registro della Trasparenza su cui si possono consultare tutte le rappresentanze di interessi organizzate che operano nelle istituzioni europee. L’esperienza del Registro, i cui primi passi si possono trovare a questo link ufficiale, è positiva: oltre all’attenersi ad un Codice di Condotta, i lobbisti che operano tra Parlamento e Commissione Europea vengono “catalogati”, e le organizzazioni per cui lavorano pure, siano esse Organizzazioni non Governative o vere e proprie multinazionali del lobbying, da APCO a Weber Shandwick a Burson-Marsteller.

Quale potrebbe essere l’impatto di questa innovazione così richiesta da tanti in Italia? Difficile dirlo, ma ci sono molti dubbi, a partire da quella che è la ferita maggiore per il settore, lo scarso impatto che si può avere agendo da “paria” delle istituzioni. VeDrò, il think tank salito all’onore delle cronache mentre il suo fondatore Enrico Letta a sua volta saliva la collina del Quirinale per ricevere l’incarico di Presidente del Consiglio, ha proposto a gennaio 2013, per bocca del suo gruppo di lavoro sul lobbying, una esplicita legge sul tema in italia. C’è poco da fare: l’ambiente istituzionale italiano è geneticamente sfavorevole ad una sana attività di lobbying. I cordoni della borsa nelle mani dei parlamentari sono sempre più sfilacciati, i ministeri hanno acquisito il vero potere di spesa. Un esempio è il tentativo, da parte del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, di istituire a sua volta un registro sulla falsariga di quello europeo (molto meno dettagliato, ma si apprezza lo sforzo), tentativo andato a buon fine i cui risultati sono consultabili qui.

Per concludere, è interessante notare come proprio alcune società di lobbying tutte italiane abbiano almeno un loro rappresentante nel Registro. Cattaneo & Zanetto, con un vero e proprio ufficio autonomo a Bruxelles (cofondato con la società americana Fabiani & Company), rappresenta la realtà sicuramente più strutturata. Anche la FB & Associati, da poco, ha aperto un ufficio ed è presente nel Registro. Utopia Lab, nella persona del CEO Giampiero Zurlo, è a sua volta presente. Mancano realtà come Reti di Claudio Velardi e Massimo Micucci, o Public Affairs Adivsors di Giovanni Galgano, ma questo non risulta essere indice di scarsa attenzione ai temi europei da parte delle aziende o delle istituzioni italiane. Anzi, basti pensare alle infinite altre sigle presenti nel registro che non sono legate però alla sola attività di lobbying, e che qui risulterebbe troppo lungo segnalare. Si pensi alle rappresentanze regionali o alle associazioni di categoria.

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