Dialoghi semiseriSe Renzi non si candida al congresso PD

Sebbene il Pd sia sempre più spezzettato in mille correnti, sono presenti fin dalla sua nascita due tendenze politiche di fondo molto chiare, peraltro comuni in tutti i partiti di centro sinistra ...

Sebbene il Pd sia sempre più spezzettato in mille correnti, sono presenti fin dalla sua nascita due tendenze politiche di fondo molto chiare, peraltro comuni in tutti i partiti di centro sinistra europei. La prima è la cosiddetta “vocazione maggioritaria” la seconda è la cosiddetta “unità a sinistra”. La prima intende presentarsi come forza di governo alternativa al centrodestra, la seconda è maggiormente preoccupata di non avere nemici a sinistra e vede una possibilità di governo eventualmente solo insieme al blocco intero delle forze di sinistra.

Dopo le tristi vicende degli ultimi mesi, la sconfitta elettorale del Pd e la nascita obbligata del governo Letta, la “vocazione maggioritaria” ha un’occasione unica di vincere un prossimo congresso del Pd. Pare infatti chiaro a molti che la strategia “dell’unità a sinistra” perseguita da Bersani sia stata un fallimento e che se il Pd si vuol davvero candidare a governare il paese deve ritrovare una sua identità di partito affidabile e non ossessionato dalla concorrenza prima di SEL e ora di Grillo.

Eppure per ora le uniche forze in campo per la prossima campagna pre-congressuale del Pd sono proprio quelle la cui linea politica si è dimostrata perdente. Sia Giuseppe Civati sia Fabrizio Barca sono in tour per l’Italia entrambi con una posizione molto simile e molto chiara: unità con la sinistra, appunto, e contrarietà al governo delle larghe intese, come se questo governo non fosse proprio il risultato del fallimento di quella stessa linea che loro propongono.

Ebbene credo che la linea che fa capo alla “vocazione maggioritaria” non possa più indugiare e debba al più presto scegliere un leader della battaglia congressuale. Questo per due ragioni: la prima è che il giusto disagio di molti elettori del Pd non deve avere come unica sponda chi propone la stessa ricetta di prima e le parole rassicuranti di una sinistra unita contro il governo delle larghe intese. La seconda ragione è strettamente legata alla prima: questo governo non sarà mai popolare presso l’elettorato di centrosinistra e, se facciamo passare troppo tempo, esiste il rischio concreto che la volontà di molti di noi di portare il governo Letta ad approvare delle riforme utili per la crescita del paese, venga scambiata per acquiescenza verso il nemico berlusconiano.

Diversamente dal governo Monti, il governo Letta non può essere difeso come il governo tecnico voluto dal Pd per fronteggiare l’emergenza, ma può essere spiegato solo come il governo politico dell’emergenza nato per fronteggiare il fallimento della linea del Pd. Per fare le riforme utili al bene dell’Italia bisogna dunque cogliere l’occasione di vincere prima il congresso del partito e poi presentarsi come alternativa credibile al centro destra alle prossime elezioni, attendendo certo che questo governo faccia il suo corso ma non certo dando l’idea che il Pd sia privo di una sua proposta al di là del governo corrente e della sempre-verde “unità a sinistra”.

Sulla strada di una candidatura a vocazione maggioritaria vedo principalmente due ostacoli che vanno rapidamente superati. Il primo ostacolo ha a che fare con il principio statutario di non-separazione del segretario del Pd e candidato leader di governo. Il secondo con la tendenza ad essere bollati come il Pd di destra. Mi spiego meglio: lo statuto del Pd prevede ad oggi che chi venga eletto segretario sia anche il candidato leader di governo, per questa ragione le primarie per il segretario sono aperte a tutti gli elettori. Alcuni nel Pd vorrebbero cambiare questa norma per permettere un segretario diverso dal futuro candidato leader, in modo da rassicurare il partito con un segretario di “unità a sinistra” e poi magari correre alle elezioni con un candidato a “vocazione maggioritaria”. Ebbene questa posizione va radicalmente contrastata per ragioni di principio (il PD è nato su questa norma), di opportunità (non può esistere un partito con due voci diverse al comando) e anche per ragioni puramente strumentali: se oggi passa l’idea che un futuro candidato premier è meglio che corra libero dal fardello ingombrante di un Pd in difficoltà, con ciò stesso si certifica la morte del Pd. Detto questo però bisogna essere pronti in entrambi i casi, che la norma di non-separazione venga mantenuta oppure che per sventura la norma venga cambiata. E bisogna esser pronti in entrambi i casi che Matteo Renzi voglia correre per la segreteria o che invece, purtroppo, si faccia convincere del fatto che sia meglio avere un segretario e un candidato premier separati. Nel primo caso il candidato naturale a vocazione maggioritaria è Renzi, nel secondo caso un candidato bisogna trovarlo al più presto in Chiamparino o in qualcun altro.

La seconda difficoltà sta nel fatto che per vincere una battaglia congressuale all’interno del Pd bisogna cogliere l’occasione unica di cui ho detto sopra e ampliare il campo di influenza della “vocazione maggioritaria”. Non si può fare questo se non si supera la diffidenza di molti nel Pd verso quelli di noi che vengono considerati “centristi” o addirittura vicini a posizioni del centrodestra. In politica i simboli sono importanti e spesso determinano le scelte degli elettori più di molte spiegazioni e di molte parole. E’ un errore da questo punto di vista sostenere che esistono politiche “buone” al di là degli schieramenti: questo lo lasciamo dire a Letta che ha il problema di guidare un governo di larghe intese. Ed è stato un errore da parte di Renzi accostarsi con troppa nonchalance a intellettuali, peraltro molto valenti, come Alesina o Zingales che il giorno dopo hanno fatto un pubblico endorsement per Mitt Romney alle elezioni americane.

Chi vuol vincere la battaglia nel Pd rappresentando la linea a vocazione maggioritaria, può pensare quel che vuole dei meriti storici di Margaret Thatcher, ma non può pretendere di convincere gli elettori del Pd a votarlo sulla stessa linea di Oscar Giannino.

@marcoleonardi9

@diegocorrado