Buona fame!Teaching universities? In Italia sarebbe subito Serie B

      Abbiamo conosciuto Sarah in una sera primaverile, in un hotel della costa ovest degli Usa, dove eravamo per un convegno. Era lì con una serie di amiche della mamma che festeggiavano i cin...

Abbiamo conosciuto Sarah in una sera primaverile, in un hotel della costa ovest degli Usa, dove eravamo per un convegno. Era lì con una serie di amiche della mamma che festeggiavano i cinquant’anni. Volto sveglio e carattere semplice come si addice ad una che vive in un ranch dell’Idaho, precisamente a Plummer (vi sfidiamo a trovarlo sulla cartina).

Circa trent’anni, da diversi anni Sarah ha finito il college ed è tornata nel ranch di famiglia, ad occuparsi di cavalli dopo un periodo di lavoro in un’altra azienda nel North Dakota.

Sí perché Sarah è una delle decine di migliaia di ragazze e ragazzi americani che, dopo l’high-school, è andata in un community college e non in una delle grandi e blasonate università di cui sempre parliamo qui in Italia.

Aveva scelto horse management (forse qualche pseudo purista di formazione universitaria sta rabbrividendo o forse no) in un college del South Dakota.

Non grande formazione, non grandi costi, non grande teoria, ma certo grande efficacia negli sbocchi professionali. Eh sì, perché la forza dei community college è proprio questo o perlomeno cerca di esserlo: quello di offrire una buon livello di formazione universitaria in un triennio di studio, con curriculum molto focalizzato sul contesto economico e sociale in cui il campus si inserisce.

Un sistema basato su vari livelli dei percorsi universitari, che tra qualche difetto ha il pregio di dire che non tutto è uguale né deve esserlo. Che percorsi diversificati che vengano incontro alle esigenze e aspirazioni dei ragazzi e al contempo rispondano al meglio ad un certo tipo di mercato del lavoro che offre sbocchi a migliaia di giovani sono una risorsa preziosa per una società complessa, come quella odierna.

E se cominciassimo a dire che, anche in Italia, riprendendo una vecchia idea, solo alcuni atenei possono svolgere il biennio magistrale e ancora meno possano svolgere dottorati? Concentrando così, in un numero minore di centri, le qualità formative e la ricerca li faremmo diventare più competitivi sul piano internazionale. Viceversa, trasformandole in “community college”, renderemmo più connotate tante università sul territorio, mentre ora faticano a trovare una seria vocazione, nell’annegante aspirazione mai raggiunta di essere ciò che mai potranno.

È uno scandalo?

È così davvero più decoroso pensare che, dalle Alpi al Lilibeo, dalla teutonica Libera università di Bolzano fino alla mediterranea Università di Catania, tutti gli atenei facciano tutto, dalla triennale al dottorato, in un format democratico e unificante?

Nella foto un’aula dell’Università degli studi di Firenze – tratta da www.unifi.it