Benvenuti in Iraq

Entro in un appartamento privato del 16esimo secolo, arredato con mobili in stile veneziano e preziosi lampadari di Murano. Ma sul pavimento calpesto tappeti provenienti dal lontano Iraq e sui tavo...

Entro in un appartamento privato del 16esimo secolo, arredato con mobili in stile veneziano e preziosi lampadari di Murano. Ma sul pavimento calpesto tappeti provenienti dal lontano Iraq e sui tavoli trovo pile di libri di storia, fotografia e narrativa che parlano proprio di questo Paese arabo. Vengo invitata ad entrare in cucina, dove mi servono te’ e biscotti, per i quali – mi dice l’uomo ai fornelli – una pasticcera irachena è stata fatta venire da Baghdad, insieme al servizio buono da te’.

Sono al Padiglione Iraq, alla 55° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (fino al 24 novembre), per la prima volta allestito nelle stanze private di un appartamento a Ca’ Dandolo, nel cuore di Venezia. Quest’anno l’Iraq è tornato infatti in Laguna dopo 35 anni, e una presenza discreta nell’edizione 2011 in cui pero’ si era potuta selezionare solo la produzione di 6 artisti della diaspora. Torna con un padiglione dal titolo Welcome to Iraq allestito forse non tanto per mostrare il meglio dell’arte locale. L’attenzione artistica si concentra invece sulla natura della vita di ogni giorno in Iraq e sulla determinazione ad arrangiarsi e cavarsela in questo particolare momento storico. Una scelta coraggiosa, e forse obbligatoria.

La mia visita dell’appartamento inizia solo dopo un paio di te’ ed un interessante scambio di idee con gli altri ospiti. Nella piccola biblioteca sulla sinistra, oltre ai libri sparsi sul tavolo, intravedo appesi al muro i disegni di Abdul Raheem Yassir (Qadisiyah, n. 1951) ampiamente considerato fra i migliori vignettisti politici attualmente attivi in Iraq.

La camera da letto è invece arredata da WAMI , sodalizio artistico abbastanza raro in Iraq: Yassen Wami (Basra, n. 1973) e Hashim Taeeh (Basra, n. 1948) che creano insieme installazioni di mobili in cartone nuovo ed usato.

WAMI & me – (foto di Elisa Pierandrei)

In totale, in mostra ci sono 11 coraggiosi artisti contemporanei. Il fatto straordinario è che tutti vivono e lavorano in Iraq: da Basra al Kurdistan iracheno. Il curatore Jonathan Watkins, direttore della Ikon Gallery di Birmingham dal 1999, ha girato in lungo e in largo il Paese per scovarli. Accompagnato da una pesante scorta, e sperando ogni volta che gli interessati rispondessero alle sue chiamate. Non ha mai mollato e per questo c’è da ammirarlo. Aver tirato fuori la loro arte dall’Iraq “è stato di per se’ un grande successo”, ha dichiarato lo stesso Watkins a The Times. Che questi autori siano accolti con favore sulla scena internazionale è – secondo lui – tutto sommato irrilevante.

Sistemati nei piccoli ma luminosi salotti dell’appartamento ci sono anche una rara scultura della filmmaker Furat al Jamil (nata in Germania, ma vive e lavora a Baghdad, n. 1965), le geniali foto della serie Saddam is Here di Jamal Penjweny (Sulaimaniya, Kurdistan iracheno, n. 1981) che era un pastore come suo padre e ha iniziato a scattare da giovanissimo. Poi ci sono le sculture realizzate con materiale di scarto di Akeel Khreef (Baghdad, n. 1979), gli oggetti di uso domestico dipinti da Cheeman Ismaeel (Sulaimaniya, Kurdistan iracheno, n. 1966), le tele tradizionali del giovane Bassim Al-Shaker (Baghdad, 1986) e quelle di Kadhim Nwir (Qadisiyah, 1967) che invece riflettono la vita urbana con combinazioni di colori e disegni simili a graffiti. Sui tavoli ci sono anche due PC, attrezzati con audiocuffie. Ci si possono guardare – comodamente seduti sul divano, magari prendonde uno sulle ginocchia – i film di due giovanissimi autori: il cortometraggio di Hareth Alhomaam (Baghdad, 1987) dal titolo Buzz sulla comunicazione fra i due sessi nel moderno Iraq, e un film di Ali Samiaa (Baghdad, 1980) dal titolo The Love of Butterflies sul compromesso fra posizione morale e comprensione. Li si guarda su un PC, forse proprio come fanno oggi anche i ragazzi iracheni a casa loro.

Infine, mi fermo a sfogliare uno di quei libri che sembrano dimenticati per caso sui tavoli. Prendo in mano “Late for Tea at the Deer Palace. The Lost Dream of my Iraqi Family.” Lo scelgo perchè l’autrice è la scrittrice e storica irachena Tamara Chalabi. Gia’. La figlia del discusso ex vice primo ministro Ahmed Chalabi (importante famiglia la sua!), che attraverso la Ruya Foundation for Contemporary Culture in Iraq (www.ruyafoundation.org) ha commissionato il padiglione a Watkins. Senza i preziosi contatti della famiglia Chalabi la raccolta fondi per la partecipazione dell’Iraq alla Biennale non sarebbe stata possibile. Il padiglione non ha infatti ricevuto fondi governativi.

Quest’anno il padiglione Iraq arriva in un momento particolarmente appropriato: Baghdad è stata nominata Capitale Araba della Cultura 2013.

In questo momento l’Iraq è certamente un Paese disfunzionale, dopo tante guerre combattute. C’è stata quella contro l’Iran, poi sono arrivate le sanzioni internazionali, l’invasione e l’occupazione, fino alla violentissima recente ondata di attacchi terroristici. Ma gli artisti irachei ci ricordano che dietro a tante notizie tragiche c’è un popolo che sopravvive, crea, e spera in un futuro migliore. Gli uomini si rivolgono all’arte quando l’azione politica è impossibile.

Welcome to Iraq @ www.theiraqpavilion.com

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