Buona fame!Cina: milioni di studenti alle prese con la frenata

In questi giorni Stefano Blanco sta visitando alcuni atenei cinesi, ecco le sue impressioni. In questi giorni dopo la conferma che l'economia cinese crescerà del 7,5%, per i più ottimisti del 7,6%...

In questi giorni Stefano Blanco sta visitando alcuni atenei cinesi, ecco le sue impressioni.

In questi giorni dopo la conferma che l’economia cinese crescerà del 7,5%, per i più ottimisti del 7,6% e quindi con una frenata che campeggia su tutti i quotidiani del mondo, nel Paese ci si confronta con la ricaduta sull’occupazione, in particolare giovanile. Nelle città il tasso di disoccupazione è fermo al 4,1% (nelle aree rurali è praticamente ‘immisurabile’) con un obiettivo governativo di non oltrepassare il 4,6% nei prossimi anni come cifra massima sostenibile.
Si prevede il picco di massima disponibilità di forza lavoro tra di 25 e i 60 anni nel 2020, quindi c’è ancora molto da crescere e le spinte dalla campagna verso le grandi metropoli continuano senza sosta, creando oltretutto città con decine di milioni di abitanti, sconosciute ai più (fra gli occidentali).

Il tutto va contestualizzato ricordando che la Cina nei primi sei mesi di quest’anno ha creato circa 7,5 milioni di posti di lavoro, incrementando il dato rispetto allo scorso anno di più di 300mila unità. Questo è uno dei principali indicatori che fa ritenere ad analisti e governo il mercato del lavoro interno solidamente stabile.

Su questo fronte si aprono però, per le prima volta, alcuni pesanti interrogativi legati ai 7 milioni di studenti che nel 2013 escono dalle università cinesi. È abbastanza consueto, quando si parla con studenti di varia provenienza, sentire la ferma certezza che con l’università sarà sicura una migliore occupazione rispetto ai genitori, un miglior reddito, un salto nella scala sociale.
Lo senti nelle risposte perché, chi te lo racconta, ha esempi a lui vicini che confermano questo trend.
Che in una crescita rallentata, mutata questo continui ad essere possibile nella stessa misura è una sfida che sarà interessante seguire.
Per ora le politiche governative, soprattutto nelle aree più sviluppate come Shanghai sono volte ad incentivare il mercato del lavoro di servizi e meno quello manifatturiero. Oggi i servizi contribuiscono al Pil per circa il 44,6% e l’obiettivo è quello di arrivare in qualche anno al 47%, contando che ogni punto percentuale di aumento equivalga a circa 700mila nuovi posti di lavoro.

Ma la questione più complessa, fanno notare nelle università, è sostenere questo indirizzo con tempi rapidi di focalizzazione di interventi formativi di alta qualità. Ci pare una storia già sentita anche nella vecchia Europa

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