Out among the EnglishE penso a Dean Moriarity (o della caduta dei miti)

Ho sul comodino – da una quindicina d'anno o giù di lì – una vecchia foto, banale, romantica e inutile: Jack Kerouac che abbraccia, mezzo scomposto, Neal Cassady. È una cartolina, l'ho presa in un...

Ho sul comodino – da una quindicina d’anno o giù di lì – una vecchia foto, banale, romantica e inutile: Jack Kerouac che abbraccia, mezzo scomposto, Neal Cassady. È una cartolina, l’ho presa in una famosa libreria di una ancor più famosa città che qui non nominerò, nella quale mi sono introdotto con lo sguardo ebete e la voglia di uscirne gonfio di orgoglio, ma senza il minimo indizio su cosa cercare. Libri che avrei letto senza capirci granché, il mio inglese all’epoca faceva acqua da tutte le parti, e la soddisfazione di accarezzare certi scaffali, il bancone della cassa, salire le scalette di legno cigolante che portano al soppalco strabordante e alla porta – chiusa – che quando si fosse aperta avrebbe paralizzato la meraviglia sul mio volto. Restò chiusa, quella volta. Uscii soltanto con la cartolina, e mi bastava. Mi bastava perché segnava, in maniera tangibile, un passaggio importante. Anzi un traguardo, tagliato il quale non sarei più tornato indietro.

Era la prima volta che vedevo chiaramente la faccia di Cassady. Stavo conoscendo di persona l’uomo che aveva ispirato Kerouac, e di cui Allen Ginsberg si era perdutamente innamorato. Avevo pensato a lui tante volte – non tante quante Ginsberg, ma tante – e leggendo e rileggendo Sulla strada avevo cercato di immaginarlo finché non si era trasformato in quella mescolanza di volti, a tratti amichevole e a tratti estremamente antipatica, che il suo personaggio suggeriva. Dean Moriarty. Ora aveva un volto suo, ora non vedevo l’ora di tornare indietro e rileggere quel romanzo incomprensibile e complesso e popolarlo di zigomi alti e marcati, occhi affossati, l’accenno di un sorriso che è più un ghigno e qualche volta sembra sparire, i capelli che si direbbero scuri e pettinati di lato – in un’altra foto, trovata anni dopo su internet, mi sono sembrati castano chiaro, non ho un’idea in proposito.

Il fatto del volto è estremamente importante. Se Cassady si fosse rivelato troppo diverso da come lo immaginavo – un lungagnone dinoccolato di due metri, con la testa piccola e i piedi spropositati, oppure basso e tozzo, con il volto tondo e gli occhi a bottone – il mito sarebbe inevitabilmente crollato e sarei passato dalla parte dei detrattori del capolavoro di Kerouac, quelli che ancora oggi mi ripetono «io non sono andato oltre la terza pagina, ma poi migliora?» per sentirsi rispondere «no, non migliora. Lascialo perdere». Deluso dalla mitomania che aveva dipinto il personaggio come non era in realtà, che aveva voluto gonfiare le cose, cambiare le carte in tavola. Deluso dai gusti di Allen Ginsberg, per la miseria.

Cassady andava bene, Dean Moriarity era formato.

Piano piano, crescendo, la beat e i suoi Angeli Hipster cominciarono a occupare una posizione sempre più defilata nei miei scaffali delle riletture, fino a trasferirsi – in maniera definitiva – in quello delle cose che non dimenticherò, assieme a Hemingway, Henry Miller, Garcia Marquez, Dylan Thomas, Jack London e Walt Whitman, ma che solo per un caso di estrema necessità riprenderei in mano. La foto di Cassady è rimasta lì. Lei mi guarda, io la guardo e penso a Dean Moriarity, alla libreria e ai miei quindici anni per pochi secondi, poi passo ad altro. Come osservare le tacche sullo stipite della porta della cucina di casa dei nonni, testimoni silenziose dell’esistenza di altre età e altre altezze, che ormai non possono fare più niente per cambiare le cose.

Ecco, succede che qualche mese fa è uscito nelle sale – per grazia di dio, per un periodo di tempo estremamente ridotto – un film che molti come me avevano segretamente aspettato. Non voglio farne il nome, ma sono certo che è superfluo specificare che non si tratta di Iron Man. Sono andato a vederlo, mosso da una curiosità più masochistica che galeotta, sfruttando la minuscola finestra temporale che apriva le porte di un’altrettanto minuscola sala con le sedute in legno – che a pensarci bene: perché? Non è certo un film d’essai – e quasi subito mi sono reso conto che stavo facendo un torto alla mia immaginazione, che ne sarei uscito brutalmente privato di un tassello della mia formazione, quello che avevo guadagnato comprando la cartolina, quello che ogni mattina occhieggia da dietro la mia abat-jour.

Ora, a parte la bruttezza e la semplicità stitica della pellicola che farei meglio a non commentare, non essendo io un critico cinematografico e capendoci, tutto sommato, molto poco, alla prima apparizione del bisteccone biondo e con lo sguardo vacuo che avrebbe dovuto essere Dean, ho sentito una fitta al fianco. Non sono di quelli che vanno a vedere un film per criticarne le divergenze rispetto al romanzo, o per sottolineare come i particolari e gli adattamenti non siano mai come ce li si aspetterebbe, ma nel caso di Sulla strada, l’appiattimento dei personaggi – non ha molto senso parlare della trama, ormai – fino a farli diventare macchiette adolescenziali indistinte, stupidamente contestualizzate ai primi anni duemila mantenendo la forma e le camicie di flanella – ma facendo, in qualche modo, scivolare in secondo piano la benzedrina – mi ha fatto male. Dean Moriarity è diventato un gigolò da liceo, ottusamente bisessuale e un po’ intrigante, Sal Paradise è un ragazzotto confuso e stupito, trascinato dagli eventi che nulla hanno a che vedere con la sua volontà e Carlo Marx è, giustamente, alla stregua del sensibile amico gay.

Penso che a farmi arrabbiare davvero sia stato lo scarso rispetto che ha costretto un ruolo che a suo tempo – con Kerouac in vita e molto più vicini all’epoca dei fatti – era stato rifiutato da Marlon Brando, a diventare quello del bel tenebroso alla Twilight. È una faccenda di caduta libera dei miti, i miei personali e quelli che resistono da diverse generazioni, che quando prendono forma troppo tardi si ritrovano a fare i conti con un’epoca che non li capisce più e inevitabilmente li trasforma in qualcosa che non sono. Dean Moriarity era già in ritardo sulla tabella di marcia quando lo hanno trasformato in una cartolina, figurarsi a finire in pellicola e a doversi inventare uno sguardo bruciante. È sbagliato che esistano persone che vivranno il resto della propria vita con nell’immaginario una versione travisata di Moriarity, è sbagliato perché Moriarity non era solo un personaggio, ma il simbolo di una deriva – come Gatsby, Holden Caulfield, Achab, Kurtz – un punto di non ritorno tanto intimo quanto universale, e aveva il diritto di stare nella sua epoca, in pace con se stesso, e portare lo sguardo, la postura e le movenze di Neal Cassady, testimoniate solo da un paio di foto sgranate in cui non si sa nemmeno se i capelli sono neri o castani. Era destinato a rimanere il punto di riferimento di una, particolarissima e estremamente circoscritta, letteratura e non aveva nessun bisogno di venire “omaggiato” di una partecipazione straordinaria ai problemi dei ventenni di oggi. Se hanno bisogno di Dean, che vadano a cercarlo.

Da quando ho visto il film, per paura che la figura nel mio immaginario venga sostituita con quella del bisteccone, dedico qualche secondo in più alla contemplazione della mia cartolina prima di addormentarmi. E penso a Dean Moriarity, penso a Dean Moriarity, penso a Dean Moriarity.

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