ControTempoL’Italia perde pezzi (in cashmire), Loro Piana saluta

E' l'8 luglio 2013 e la penisola piange una perdita, gravosa perchè stimata in 2.7 miliardi di Euro. Diventata ormai una routine, il made in Italy continua a languire e a perdere stimati pezzi dell...

E’ l’8 luglio 2013 e la penisola piange una perdita, gravosa perchè stimata in 2.7 miliardi di Euro. Diventata ormai una routine, il made in Italy continua a languire e a perdere stimati pezzi della propria storia. Questa si protraeva dal 1924, anno in cui l’ingegner Pietro Loro Piana decide, a Quarona, di gettar lo stucco per un’impalcatura, delle più imponenti: lavora cashmire e lane rare; novanta anni dopo è un must del settore. Sono 2500 i dipendenti che lavorano per l’azienda ora gestita dai fratelli Sergio e PierLuigi, vendite stimate per l’anno in corso di 700 milioni di euro e utili ante imposte che sopravanzano del 20% le stesse vendite.

Da oggi l’azienda si tace e smette di parlare italiano. Si sposta oltralpe da quei galletti che ormai saccheggiano lo stivale, tiranneggiando come e meglio dei Lanzichenecchi che nel 1527 lo fecero con Roma. E’ un tripudio quello transalpino, non stanco del 17 marzo 2011 in cui si misero le mani su Bulgari per un miliardo, del 27 dicembre dello stesso anno in cui neanche le festività vennero risparmiate e il passaggio di proprietà interessò prima Fendi, poi Acqua di Parma, Emilio Pucci, la compagnia di bandiera Alitalia due anni a ritroso con un’operazione al 25% oppure l’ultima frode se così si vuol chiamare della storica pasticceria Cova di Milano.

Bernard Arnault, uno che non faticherà ad entrar dalla porta principale dei tascabili di finanza da riporre sul comodino, porta a casa un’operazione da 2 miliardi di euro con cui acquisisce l’80% della compagnia italiana con una put per acquisire il successivo 20% nel giro di tre anni. I fratelli Sergio e PierLuigi si confidano esterrefatti dell’operazione, fieri di associare il gruppo ad un nome di acclarata fama come LVMH. Si dicono sicuri di poter preservare le tradizioni: lo stesso di diceva di Parmalat prima che passasse sotto la spalla di Lactalis o di Ferrè ormai nelle mani della Paris Group di Dubai.

La multinazionale francese, dal canto suo, che abbellisce una bacheca già ricolma di trofei come Bulgari, TAG Heuer, Moet et Chandon, Dior, Louis Vuitton, Fendi solo per citarne una piccolissima parte, si dice eccitatissima di poter sfruttare le potenzialità enormi di un’azienda che ha donato tanto al patrimonio italiano, proponendosi come unico garante in grado di poter assicurare stabilità e futuro alla prosperosa azienda.

Non riesce ad esser invertito un trend fortemente negativo che ormai limita alle sole (e poche) PMI l’interessenza italiana. Forse non è un male, la globalizzazione impone ritmi esasperanti per l’inadeguata ormai forza lavoro del Bel Paese. Il potere contrattuale delle grandi aziende italiane ricalca ormai i minimi storici ed è impensabile pensare ad una class action totalmente made in Italy per mancanza di risorse e soprattutto, forse, per inettitudine imprenditoriale di manager aberrati da una crisi che faticano a scrollarsi di dosso.

Il rischio, in economia, “si identifica nell’alea che l’azienda è costretta a sopportare in seguito al possibile manifestarsi degli eventi che ricadono nella sua orbita.” Peccato che l’alea, in senso lato come somma di eventi positivi e negativi, venga scorta solo fuori.

Nella penisola ci si spreme per l’editoria (recente il caso FIAT su RCS) per accaparrarsi quell’obiettivo mai celato dell’informazione. Altrove ci si adopera per l’artigianato, il vero fiore all’occhiello di questo scapestrato Paese. Peccato che a capirlo siano sempre gli altri.

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