’O pernacchioCamorra e omertà: per non dimenticare

Sembra di assistere a una di quelle scene assurde, da corsia di ospedale, dove il malato si lamenta, si agita, ma i sedativi - quei pochi che gli hanno dato - non gli permettono di aprire bocca o d...

Sembra di assistere a una di quelle scene assurde, da corsia di ospedale, dove il malato si lamenta, si agita, ma i sedativi – quei pochi che gli hanno dato – non gli permettono di aprire bocca o di alzarsi; può muovere solo gli occhi, ostaggio del suo stesso corpo, e mugolare. Un mugolìo lento, straziante – silenzioso. Qualcuno, parente, amico o semplicemente passante, lo vede. E vorrebbe pure fare qualcosa, intervenire magari, ma evita: perché pigliarsi questa responsabilità? I medici sanno quello che fanno. Noi no; noi siamo solo spettatori. Con Napoli e la camorra – perché dire criminalità organizzata suona un po’ come una giustificazione – è più o meno la stessa cosa. Ci si lamenta, ci si agita; in pochi – ancora – reagiscono, e la maggior parte preferisce che siano “gli altri”, poliziotti e magistrati, ad intervenire. Perché loro sanno, noi no. Semplice, elementare e stupido: profondamente stupido.

Il problema del sud ha un nome, un nome che costa fatica anche solo a pronunciarlo. Si chiama Omertà, e lo scrivo con la lettera maiuscola perché si veda; perché – lo spero – qualcuno finisca per demonizzarlo come si fa coi cattivi dei film o dei fumetti. Omertà: non è una malattia, ma quasi. Non è una moda, ma è diffuso. Non c’è un regolamento da seguire, ma viene spontaneo, naturale, come respirare. Silenzio, incoscienza, incosapevolezza. I magistrati diventano – devono diventare – eroi, i poliziotti sono facchini di una macchina più grande, stanca e – paradossalmente – isolata, lo Stato; e i cittadini che denunciano sono l’eccezione, non la regola. La normalità è l’a-normalità: quello che non dovrebbe essere è; e quello che invece dovrebbe essere, non è. Cerchiamo martiri per una crociata senza senso, e ci stupiamo quando sentiamo dei morti. Anzi no, non ci stupiamo: sappiamo. È – lo ripeto – normale.

Giorni fa, a Ferragosto, è successa una cosa che ha dell’incredibile e che, puntualmente, è passata in sordina. Dei ladri – se così possono essere definiti – sono entrati in casa di Catello Maresca, magistrato della DDA e uomo dello Stato, e hanno portato via fotografie. Solo questo: foto in cornice. Non ci vuole una mente sospettosa per trarre le giuste – e doverose – considerazioni: più che un furto, pare una minaccia. Una di quelle sottili e studiate, che dicono tanto con poco. Maresca è impegnato da sempre nella lotta contro il clan dei Casalesi; abita a Portici e quando fa gli straordinari deve tornare a casa da solo, senza scorta. Perché così prescrive la legge, la nuova legge. In pochissimi si sono occupati di questa cosa; i più riciclando e rimpastando le agenzie. Facendo perdere alla notizia il suo volto, alla gravità della situazione il suo spessore, e all’importanza di parlarne la sua urgenza. Ci risiamo, siamo punto e a capo: ci barrichiamo dietro le nostre convinzioni, felici di sentire al telegiornale di sequestri e arresti, e non vediamo la trave oltre la pagliuzza.

La camorra non è in ginocchio. Non lo sarà fintanto che l’Omertà, quella di prima, non verrà sconfitta: cancellata dai nostri vocabolari. Altrimenti, triste a dirsi, saremo sempre nella stessa situazione: come in una corsia di ospedale, malati sofferenti di un cancro senza nome, isolati dalle stesse persone che dicono di volerci bene.

Twitter: @jan_novantuno

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